Il presidio
Al fianco di chi è a un passo dalla fine
«Il volontariato con S. Egidio mi ha insegnato a cercare la bellezza della vita anche dov’è più difficile»
LIVORNO. Lavorare ogni giorno a contatto con chi, oltre a soffrire, ha perso ogni speranza. Con chi ha bisogno di cancellare o, perlomeno, di attutire il dolore, ma anche di una parola amica, di una stretta di mano, di un sorriso. Per sentirsi ancora vivo, pur combattendo una battaglia con un nemico troppo forte, pur con il corpo stravolto dalla chemio e con i giorni, le ore, i minuti scanditi da un orologio che corre troppo veloce verso un traguardo che non si vorrebbe mai raggiungere,
Maria Elisa Fantei, trentacinque anni, livornese – il padre ingegnere come il fratello minore, la madre ex insegnante ora impiegata all’Agenzia delle entrate, sposata con un impiegato che condivide con lei una lunga esperienza di volontariato, un bimbo di due anni e una laurea in medicina con una tesi sulle malattie infettive – dal 2007 lavora per l'Associazione Cure Palliative della Bassa Val di Cecina, con sede presso l'ospedale di Cecina (coordinatore per l'area sud della Asl 6 è il dottor La Rocca), e opera nell'assistenza domiciliare “cam- minando” al fianco dei malati terminali. A chi tenta di commiserarla spiega che la sua non è una costrizione ma una scelta, raccontando che a un certo punto della vita, dopo il liceo, ha deciso di diventare medico, incamminandosi lungo una strada che non aveva mai fatto parte dei suoi sogni di bambina e sorprendendo tutti quanti le stavano intorno.
«Quando mi chiedevano: “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevo vagamente perché i miei progetti erano molto confusi», dice. «Avrei potuto diventare veterinario o ballerina, o ingegnere. Poi qualcosa è scattato in me e un giorno mi sono detta : “Voglio fare il dottore”. Senza cambiare più idea, nemmeno nei momenti di difficoltà».
Poi, una volta laureata?
«Sono passata attraverso l'iter comune a tutti: guardie mediche, sostituzioni in campo pediatrico, qualche sostituzione di medici di famiglia, operando sia su Livorno che su Cecina e Rosignano».
Fino a quando?
«Fino a quando, nel 2007 – era agosto – mi telefonò la dottoressa Antonella Mazzoni, allora anima del reparto di cure palliative a Livorno, a cui una collega aveva parlato di me, per chiedermi se volevo intraprendere quel tipo di percorso. Stavo partendo per il Mozambico come volontaria per un progetto di prevenzione e cura dell'Aids (Dream) della Comunità Sant'Egidio – a cui ero e sono tuttora legata come volontaria – perciò le risposi che ci avrei pensato e che, al mio ritorno (dovevo stare via un mese) le avrei dato una risposta. A quei tempi di cure palliative si parlava molto, l'argomento mi incuriosiva e l'opportunità di lavorare in un reparto, a detta di tutti “di eccellenza” mi allettava. Al mio ritorno perciò accettai con entusiasmo l'incarico che mi veniva offerto, chiedendo però di poter fare prima formazione, visto che si trattava di un campo per me completamente nuovo. Iniziai subito il tirocinio presso l'hospice, affiancando i colleghi sul domicilio. Poi, a dicembre, feci il concorso per il Master di secondo livello in Medicina Palliativa presso l'università di Tor Vergata a Roma, laureandomi nel novembre 2009. Venti giorni prima di partorire il mio bambino!».
Stare al fianco dei malati terminali non è un compito facile, soprattutto per un giovane medico.
«Non è facile ma appassiona. E più passano i giorni, più sento che fa parte della mia vita».
Suo marito è contento o preferirebbe una moglie con un lavoro meno greve?
«Lui mi sostiene, così come lo fa in tante altre mie scelte, e talvolta suo malgrado si coinvolge: il mio è un impegno che non sempre si lascia quando ci si chiude alle spalle la porta di casa per vivere il privato. Ma cerca anche di contenermi, quando l'ago della bilancia pende troppo da una parte, davanti a storie più pesanti da affrontare: senza il suo aiuto spesso avrei rischiato di non saper prendere la decisione giusta».
Da molti anni lei fa anche volontariato per la Comunità di Sant'Egidio. Questo significa che la predisposizione verso chi soffre nel suo io esiste da sempre?
«Il desiderio di aiutare gli altri è maturato negli anni con l'esperienza cristiana e la scelta di non essere indifferente ai problemi ed alle sofferenze degli altri. L'incontro con la Sant'Egidio in questo è stato determinante, perché mi ha insegnato a non fuggire davanti al dolore e alla debolezza del corpo, mostrandomi la bellezza e il valore della vita di ciascuno e la capacità affettiva che ognuno conserva fino all'ultimo respiro (oggi in particolare, insieme con altri amici della Comunità portiamo un pasto caldo e il nostro affetto a chi per casa ha la strada). In questo cammino ho approfondito la mia fede e, dal 2002, anno in cui ci siamo conosciuti, anche mio marito condivide con me questa parte di vita».
Il fatto di credere quanto l’aiuta nella convivenza quotidiana con il male?
«Allo stesso modo in cui aiuta tutti di fronte alla malattia e alle difficoltà maggiori della vita. Io e i miei colleghi palliativisti, condividendo ogni giorno storie drammatiche, scopriamo che chi ha fede (qualunque fede) è forte di una speranza che non cancella il dolore, ma lascia meno spazio alla disperazione. E non vive il vuoto di chi pensa che con la morte finisca tutto».
Come si rapporta con le diverse età del dolore?
«Ho ben presente ogni nome e ogni faccia delle persone a cui ho dato la mia “mano” fino all'ultimo. Ma è chiaro che i sentimenti non sono uguali. La morte di un anziano, anche se è una perdita dolorosa, viene vissuta come un evento più naturale, mentre là dove gli anni sono pochi, la reazione del malato e di chi gli è vicino, pure se non si tratta di un parente stretto, è forte, talvolta insopportabile. Ci sono state storie molto significative – qualcuna anche con gente di una certa età, con cui avevo costruito un rapporto particolare – ma le più difficili da sopportare emotivamente sono quelle di chi vive una condizione simile alla mia: per esempio coetanei e mamme con bambini piccoli…».
I malati terminali si rendono sempre conto del loro stato o quando non gli si dice la verità si illudono di guarire?
«Negli ultimi giorni tutti, anche un po’ misteriosamente, sono consapevoli della loro condizione. E le persone a cui sono state raccontate pietose bugie, vivono la loro situazione con più ansia e dolore (in senso ampio del termine), magari perché non hanno potuto fare delle scelte importanti, prendere delle decisioni, dire qualcosa o incontrare e salutare qualcuno a cui tenevano...».
Come passa il tempo libero dal suo impegno di palliativista, ammesso che gliene resti?
«Quando posso cerco di non pensare al lavoro, anche se non è sempre è così facile. Conduco una vita normale, quella di tante donne che lavorano. Sto con mio marito e mio figlio, vado al mare, al parco, a fare la spesa, leggo, esco con gli amici, e cerco di vivere da cristiana nella nostra città. Quando credi in quello che fai il tempo si moltiplica e puoi gestirlo nel modo migliore».
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