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Come lupi, e la colpa è solo dell’uomo
Avremmo dovuto accorgerci di quei cani, censirli, trovare per loro una sistemazione migliore. Ma servivano tempo e denaro
Ora tutti parleranno del lupo cattivo, del branco assassino. Ma questi slogan da film dell'orrore erano una realtà anche ieri, lì, a pochi metri dalla città; e chissà quante volte li abbiamo visti, incontrati, evitati o rimossi dalla mente. Erano lì. Ma chi aveva preso l'iniziativa per fare in modo che quei cani fossero meno branco, meno affamati, meno aggressivi, meno pericolosi? Ora ne discutiamo al bar, ricordiamo quella volta che un cane ci ha morso da bambini, ripensiamo alle scene macabre di quell’assalto che sembra venuto da altri tempi, da un racconto gotico. Quei cani non sono una priorità, non lo sono mai. Li definiamo "cattivi" con l'ennesima ipocrisia antropomorfa ma loro non hanno il libero arbitrio. Dal giorno in cui sono nati, innocenti e indifesi, fino a ieri, quando hanno sbranato il povero Vito Guastella, è passato un lungo tempo pieno di nostre colpe. Le colpe degli uomini.
Ora tutti riscoprono la paura della bestia e delle sue fauci. Ma è una paura che fino a questa tragedia non era stata capace di guidare alcuna scelta, né privata né soprattutto pubblica. L'uomo avrebbe potuto e dovuto accorgersi che qualcuno di loro, forse i primi genitori, era stato abbandonato. Avrebbe dovuto cercare per loro una sistemazione diversa e migliore; e in ogni caso sterilizzare le femmine, forse anche i maschi se particolarmente aggressivi. Avrebbe dovuto censire loro e quelli come loro. Un giorno, smettono di essere le brutte copie di lassie e rintintin, ridiventano lupi e minacce.
Ora l'Asl si muove con la giusta efficienza: interviene sul gruppo dei randagi-non randagi, li cattura, li seda, li conduce al canile. Fino a ieri però non era accaduto alcunché. Servivano censimento, sterilizzazioni: ma censire con i microchip costa impegno e tempo; e sterilizzare costa denaro. Ci vogliono da 200 a 250 euro per una femmina di cane, da 80 a 130 euro per una gatta. E molti abbandoni - oltre che a insensibilità - sono connessi proprio alle difficoltà economiche di gestire controllo delle nascite, vaccinazioni e sostentamento.
Ora studiamo il loro comportamento, ma è un comportamento che si ripete e che mostra segnali, giorno dopo giorno, anno dopo anno, solo che non vogliamo occuparcene. Quando i cani vengono abbandonati, il loro istinto di raggrupparsi è ancestrale. E' la loro risposta naturale all'esigenza di cercare cibo con maggiore successo, e all'istanza di proteggersi l'un l'altro. La mancanza di un punto di riferimento umano li riconduce a istinti primordiali. Tornano allo stato brado e tornano alla caccia, ai comportamenti predatori. In più, se davvero in quei piazzali per autotrasporto erano il loro rifugio stabile, gli animali riacquisiscono l'istinto della territorialità e finiscono per difendere la loro area da quelle che, sempre per istinto, assumono come intrusioni esterne.
Ora vogliamo che stiano in un canile ma fino a ora non ce li abbiamo voluti mettere. E le nostre città non investono in canili comprensoriali, né in servizi decisivi per gli animali.
Ora non ci piace che stiano in branco ma fino a ieri non ci interessava quanti erano e quanto si riproducevano. Ora ci preoccupa che siano affamati, anzi, famelici, ma fino a ieri non volevamo capire in quali condizioni vivevano.
Accade tutto ora, ora che è morto un uomo innocente. Capiamo, riflettiamo, discutiamo, dribbliamo responsabilità, ci affrettiamo a fare qualcosa. Quei cani ci corrono incontro e ci saltano addosso, come spettri. Ma tra poco torneranno invisibili, polvere da buttare sotto il tappeto. Così penseremo al lupo cattivo e non ai nostri errori.
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