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Concordia, la nave può deformarsi 

di Antonio Valentini
Concordia, la nave può deformarsi 

Corsa contro il tempo: se lo scafo s’incurva il recupero sarà ancora più difficile

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ISOLA DEL GIGLIO. Le fratture nella roccia delle Scole sono profonde e precise come unghiate. Tutti vorrebbero dire che c'erano già il 13 gennaio, quando la Concordia finì per naufragarci con le sue 114mila tonnellate di stazza. Però nessuno può affermarlo con certezza. Più facile sostenere il contrario, vista la totale assenza di vegetazione nella lunga fenditura, che in alcuni punti ha un'ampiezza variabile tra i dieci e i quindici centimetri: il granito va sgretolandosi per effetto del peso.

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Tuttavia nessuno sa di preciso cosa succede lì sotto né, tantomeno, quel che accadrà nelle prossime settimane. Viceversa tutti sono consapevoli che è una corsa contro il tempo a moto accelerato, non solo per il pompaggio della nafta, ma anche per lo spostamento del relitto. La ragione di tanta fretta è che la deformazione ha un limite di tolleranza. La nave, infatti, poggia alle estremità su due sporgenze di granito e la parte intermedia è praticamente sospesa su un avvallamento del fondo marino. Non è escluso che per effetto del peso finisca per arcuarsi fino a non poter più navigare, ammesso che la scelta sia di tirarla su e rimuoverla per intero, portandola via senza prima farla a pezzi sull’isola.

La tenuta dello scoglio. Se anche lo spuntone di roccia su cui posa lo scafo della Concordia è vistosamente spezzato, il basamento granitico sottostante è solido. A spiegarlo è Daniele Giordan, geologo ricercatore del Cnr-Irpi, che dopo il disastro ha lavorato a lungo al Giglio. Tuttavia Giordan riconosce che il filmato, pubblicato in esclusiva dal Tirreno, è molto importante «in quanto disegna un aspetto inedito della situazione sottomarina». Il geologo entra nei particolari: «Per quanto sono a conoscenza, il fondo sotto la Concordia non è lineare. Vi sono delle rugosità, con masse rocciose alte un metro e oltre. Il carico sulle guglie può superare la loro resistenza, ma quel che conta è la tenuta della roccia sottostante». Vale a dire che l’incrinatura delle creste era in qualche maniera preventivabile, tuttavia prima del filmato non si poteva capirne l’entità effettiva: «Nessuno può dire che le rocce non sostengano la nave - prosegue Giordan -, ma bisogna valutare la loro interazione. Ci stiamo lavorando».

Protezione infastidita. In effetti in questa fase si va avanti a forza di modelli matematici, nell’intento di misurare la tenuta della massa rocciosa. Ma per quanto riguarda l’aderenza tra le rugosità del fondo e la carena, le ipotesi prevalgono sulle certezze. Alla protezione civile nazionale non nascondono un certo fastidio sull’imprevista diffusione del video prodotto da Ispra. Al punto che il commissario Franco Gabrielli, ieri al Giglio per il periodico incontro con la popolazione, ha detto che ogni cosa può esser vista sotto angolazioni diverse: a chi argomenta che lo scoglio si è fratturato per effetto del peso, lui replica che è penetrato nello scafo, aumentandone la stabilità. «E poi è da dimostrare che sia l’unico punto di ancoraggio della nave con il fondale», ha chiosato.

La prova è empirica. La questione sta proprio qui, in che modo il relitto aderisce alla parte sottomarina delle Scole? Nessuno sa dirlo con certezza, poiché un’ispezione è impossibile. Per questo vale la prova empirica: se la nave non si muove, significa che è ancorata. Tanto più che nell’ultima settimana i movimenti sono stati modesti. Dino Cervetto, ingegnere del Rina (Registro navale italiano) presente nel comitato tecnico-scientifico, spiega che la situazione è tenuta sotto controllo con teodoliti e accelerometri: «Anche quando le onde hanno raggiunto il valore massimo, la Concordia è rimasta dov’era. Anzi, direi che è più stabile dei primi giorni». E sulla fenditura lungo lo scoglio, Cervetto ha un punto di vista non dissimile da quello del geologo Giordan: «Dal video mi pare che la frattura sia piuttosto localizzata. Per il resto la roccia è compatta e la superficie di contatto con lo scafo, a quanto ci risulta, è abbastanza estesa».

La deformazione. Nessuno, tuttavia, nasconde che quella del Giglio sia un’emergenza inconsueta, priva di precedenti. E il principio che il rischio zero è estraneo alla tecnologia, per la Concordia vale ancora di più: chi può escludere a priori una deformazione eccessiva? L’ingegner Dino Cervetto, però, è fiducioso: «Mi si chiede se la nave stia arcuandosi. Rispondo dicendo che lavoriamo in una situazione non convenzionale; per ora la struttura tiene e la nave è stabile, benché vada monitorata di continuo». Sta il fatto che un varco, aperto sopra il pelo dell’acqua dai sommozzatori della Marina nella parte mediana dello scafo, ora è del tutto sommerso: «Certo - risponde Cervetto -, questo fa parte del processo di assestamento. Il decorso si accentuerà col passare del tempo: la Concordia va adagiandosi sempre di più». E dunque, da un lato la deformazione favorisce la crescente aderenza al fondale, allontanando l’ipotesi di uno scivolamento del relitto verso la fossa sottomarina distante solo pochi metri. Dall’altro rischia di rendere più complicato il recupero. Per questo la corsa contro il tempo va avanti con moto accelerato: nel giro di un paio di settimane si deciderà sui progetti presentati da una decina d’imprese. Nel frattempo, condizioni meteo-marine permettendo, il pompaggio del carburante sarà terminato e ci si potrà concentrare sulla rimozione.

Sperimentazione. D’altra parte si procede con passo felpato proprio per la ragione che il caso della Concordia è privo di precedenti. Daniele Giordan, sempre a proposito della consistenza della base granitica, ammette che «per fortuna la nave è stabile. Le ricerche sono uniche al mondo, stiamo sperimentando. Per il momento i dati sulla globalità della massa rocciosa sono confortanti. È vero, lo scafo si deforma, ma ogni sua singola parte è sottoposta a un’alterazione. La frattura evidenziata dal video è circoscritta e, in quanto tale, ha una risposta delimitata. Ci stiamo adoperando per una valutazione complessiva. Non è semplice...».

Sano realismo, regola ferrea di chi procede col rigore del metodo scientifico. Il commissario Gabrielli, da parte sua, taccia invece di allarmismo la diffusione del filmato poiché «quanto registrato non trova rispondenza nei dati in possesso della struttura». Ciò nonostante, l’innegabile frattura dello scoglio pone un dubbio: quando si è prodotta la fenditura, al momento dell’urto con le Scole o più di recente? Anche perché altre potrebbero essere individuate nella zona più difficile da esplorare. Senza dimenticare il rischio delle rocce fessurate, già stressate, che potrebbero collassare all’improvviso. Per questo l’allarmismo non c’entra, basta fare presto e bene.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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