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Il cugino di Giampedroni era sulla Moby
L’eroe della Costa dall’ospedale di Grosseto: «Lui, a differenza di me, non ha potuto raccontare la tragedia»
GROSSETO
Gente di mare. Vite parallele, destini simili ma alla fine opposti che si intrecciano fra Grosseto, il Giglio e la Val di Magra: l’ufficiale di coperta Lido Giampedroni morì nel 1991 nel rogo del Moby Prince dopo il tragico scontro con la petroliera Agip Abruzzo. Fu una delle 140 vittime. Manrico Giampedroni, commissario di bordo sulla Costa Concordia, si è salvato, dopo 36 ore dal disastro davanti all’isola del Giglio.
Sono cugini. Un tempo si frequentavano quasi tutti i giorni, e oggi questi due destini si incontrano negli occhi di Emanuele, 23 anni, figlio di Lido. Il ragazzo, studente universitario di chimica, abita ad Avenza con la mamma Marina Caffarati. Una famiglia che convive con storie di navigazione e di naufragi e che, quando Marina ricorda alcuni episodi del passato, sembra uscire da un libro di Salgari. Perché non sembra vero. Ma lo è.
«Anche un mio zio, che si chiamava Lido pure lui, bruciò su una nave». Il nonno di Emanuele era cuoco sull’Andrea Doria «ma si salvò».
«Ora si parla di eroi sulla Concordia, che hanno aiutato i passeggeri. Mio maritò morì assieme ai passeggeri eppure allora la gente criticò il personale del Moby Prince», dice in difesa della sua memoria. Una vicenda con 140 vittime e nessun colpevole. E’ ancora molto arrabbiata: «Nessuno si accorge, nessuno sa, finché non succedono le disgrazie».
Emanuele ha subito pensato al suo parente, Manrico Giampedroni.
«Non lo vedo da quando ero piccolo, lui è quasi sempre in mare, ma un anno fa ci siamo “incontrati” su Facebook dove c’è il Gruppo Associazione 140». I familiari delle vittime del Moby Prince cercano ancora risposte. «Ci siamo scambiati i saluti, mi ha detto che allora si trovava su una nave Costa nel Pacifico. “Quando torno ci vediamo”. Ma poi si è rimbarcato. Quando vado a trovare i parenti ad Ameglia, lui non c’è mai. Quando c’è stato il disastro della Concordia io non sapevo che era imbarcato su quella nave, ma mi è venuto il dubbio. Poi abbiamo saputo che era disperso. Mi sono detto: “Si vede che il destino, con i Giampedroni, non va bene.... ma non credo molto nel destino. Mia zia mi ha poi chiamato: “Guarda la tv, lo stanno tirando su con l’elicottero. Lui ha fatto il suo dovere, come dovrebbe farlo qualsiasi ufficiale di bordo».
Il commissario di bordo della Concordia, Manrico Giampedroni, è ricoverato a Grosseto. Del cugino Lido si ricorda benissimo. «A parte la parentela, fra me e Lido c’era proprio un affetto reciproco. Lui era imbarcato sul Moby, io avevo cercato di farlo assumere alla Costa dove facevo servizio. Poi ci fu la disgrazia. Lido è stato sfortunato, contrariamente a me che posso raccontarla. Con Emanuele ci siamo sentiti su Facebook ma non ci siamo ancora fisicamente incontrati, io sono sempre in giro, e sto poco a casa. Ameglia è un mio punto di riferimento, ma i weekend li passo a Roma con mia moglie».
Poi salta ai ricordi: «Un tempo vedevo Lido, sua moglie e il piccolo Emanuele quasi quotidianamente. Quando mi sono trovato ferito dentro la Concordia, di colpo ho pensato a tutto il mio parentado, noi siamo una famiglia di marittimi, alcuni deceduti sul mare. Nilo Passalacqua e Giovanni Zolesi, di Ameglia, erano sull’Andrea Doria: si salvarono, ma poi non navigarono più. In quei momenti difficili, nella Concordia, ho pensato anche a Lido. E mi sono detto: “Basta, nella nostra famiglia abbiamo già dato abbastanza, come contributo al mare, in termini di vite umane.Ora sto bene, dalla rianimazione mi trasferiscono in ortopedia. Schifani mi ha dato una medaglia, mi ha fatto piacere ovviamente».
«Ma io ho ricordato Lido: ha lasciato una traccia su di noi, era un uomo altruista, aperto, scrupoloso nel suo mestiere. Non ho mai avuto modo di andarlo a trovare al cimitero, ma quando passo da Carrrara, penso a lui. E che io sono stato più che fortunato».(c.c.)
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