Il Tirreno

Livorno

Noi imprenditori paghiamo i guai di banche e Stato

Noi imprenditori paghiamo i guai di banche e Stato

Gemignani (Confindustria) all’attacco: nel mirino il credito col contagocce e gli enti che saldano in ritardo le fatture

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO

«La banca è un posto dove ti prestano l'ombrello quando c'è bel tempo e te lo chiedono indietro quando inizia a piovere». Non l'ha detto né un economista trendy né un guru no-global ma semplicemente un poeta: Robert Frost. E anche se Andrea Gemignani, presidente di Confindustria, non cita esplicitamente il letterato statunitense (che aveva assaggiato sulla propria pelle il fallimento dell'impresa di famiglia), è comunque da qui che parte per puntare i riflettori sui guai degli imprenditori impegnati in una guerra che neanche il peggior videogame sparatutto. «Proprio quando c'è più "fame di credito" – afferma – ecco che le banche cercano di reagire alle difficoltà che hanno esse stesse. Come? Meno soldi dentro il sistema e a tassi di interesse raddoppiati, talvolta addirittura triplicati».

E' il direttore dell'organizzazione imprenditoriale Umberto Paoletti a segnalare un (doppio) paradosso: «Càpita che alle imprese venga modificato il rating e nessuno le avverta». Non basta: finora si finiva nel "purgatorio" delle segnalazioni della Centrale dei Rischi (con tutti i guai a cascata che ne conseguono), in caso di mancati pagamenti scaduti da 180 giorni, ora tale tempo si è dimezzato di punto in bianco.

«Le banche – continua Gemignani – hanno deciso che loro vogliono stare ben al riparo: esser sicure pressoché al 100% e a costi altissimi. Anche aver immesso nel circuito enormi risorse finanziarie, com'è avvenuto con l'arrivo di Draghi alla Bce, non è stato altro che un fuoco di paglia: noi imprese quei soldi non li abbiamo mai visti, si sono fermati fra debito pubblico e banche. Risultato: solo per aziende supersicure con ottimi rating e le spalle ultracoperte si hanno tassi al 6%, per altre più zoppicanti si vola addirittura fino al 9% sfiorando tassi ormai a un passo dall'usura legalizzata».

Caccia al risparmio. Il motivo è semplice, dice Gemignani: le banche non si fidano più l'una dell'altra e non si prestano denaro fra loro, dunque ciascuna si attrezza ad andare a caccia del risparmio, ma deve promettere tassi più alti. Non è più l'inflazione a determinare il costo del denaro bensì la spirale negativa che cerca di ridurre al minimo i rischi evitando di mettere il naso fuori dal guscio.

«Ma questa – giura il numero uno della Confindustria – è solo la prima metà del problema perché in realtà l'altra metà è pure peggio: anzi, il combinato disposto fra l'una e l'altra rischia di far saltare il banco senza che l'impresa ne abbia colpa. O addirittura perfino se è sana e ha buondi fondamentali per svilupparsi». A cosa si riferisce? «Non è più l'eccezione bensì la norma che i tempi di pagamento siano saltati: e, cosa ancor più assurda, proprio da parte di soggetti pubblici, spesso statali. E’ come se l'apparato pubblico cercasse di scaricare sull'impresa una parte dei propri guai: è una sorta di debito pubblico occultato nei soldi che le imprese devono avere. Non è forse così che si spiega la reazione all'idea di pagare in titoli di Stato? Indipendentemente da quel che se ne pensa, questo avrebbe fatto saltar fuori la magagna. Ma quanto deve andare avanti questa storia?».

Pagamenti in ritardo. Non è però solo il sistema pubblico a fare il furbo: vale «anche per la catena cliente-fornitore, con le piccole imprese che diventano quelle che reggono questo squilibrio strutturale e fanno da "banca" a tutto il resto»: i pagamenti arrivano con ritardi biblici. Ma – avverte Gemignani – questo gomitolo di problemi si scarica sul "rating": non l’hanno più solo gli Stati ma anche le singole aziende. E incide sui costi finanziari perché paga di più il denaro chi ha un rating peggiore.

Al danno si somma la beffa, parola di leader confindustriale: «Noi aziende paghiamo l'Irap anche sugli interessi passivi. E questo ha l'effetto perverso di bastonare due volte chi sconta già, magari per colpe non sue, difficoltà nell'accesso al credito e paga interessi più alti. E' come se le nostre imprese dovessero competere sui mercati internazionali con un braccio legato dietro la schiena: nei grandi Paesi europei la normativa che impone pagamenti entro 60 giorni è rispettata, in Italia non è nemmeno stata recepita. Il ministro Passera ha detto che lo sarà entro fine anno, sarebbe davvero una bella novità».

Ma arrendersi no. Non resta che alzare le braccia e arrendersi? Gemignani è convinto di no: la Confindustria dice di aver reagito cercando di favorire la crescita di una cultura finanziaria («spesso chi si è fatto da solo ha contato sul fatto che aveva in mano l’arte di produrre quella certa cosa, gli aspetti amministrativo-finanziari erano considerati quasi secondari e delegati all’esterno, ora non può più esser così»).

Ne è nato un progetto che pragmaticamente ha messo intorno a un tavolo le banche, le imprese e i prof dell’università. E, «siccome la metà dei nostri imprenditori dice di aver avuto problemi nei tempi di risposta da parte delle banche», ecco che con la società di servizi di Confindustria e la partnership di Financial Innovation è stato costruito uno schema che facilita i rapporti: massimo 30 giorni e spesse dimezzate per l’istruttoria, basta presentare le richieste secondo una metodologia standard che agevola il lavoro delle banche.

Mauro Zucchelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Muore nello schianto contro la vettura dell’ex compagno: ipotesi omicidio volontario

di Redazione web