Il Tirreno

Livorno

Nel decreto del governo norme inutili

Leggendo gli ultimi provvedimenti del Governo Monti in merito alle cosiddette liberalizzazioni, si ha l'impressione dell'ennesima occasione persa per una vera e propria svolta "storica", in un Paese...

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Leggendo gli ultimi provvedimenti del Governo Monti in merito alle cosiddette liberalizzazioni, si ha l'impressione dell'ennesima occasione persa per una vera e propria svolta "storica", in un Paese da sempre dominato da lobbies più o meno grandi. L'Italia è il Paese delle corporazioni, alcune con origini nel lontano medioevo, che da sempre vivono e si sono sviluppate in regimi di vero e proprio monopolio. Un concetto di vera e propria concorrenza non sappiamo neanche che cosa sia. Per scardinare questo sistema che ormai ha dimostrato tutti i suoi limiti, occorreva attuare delle vere aperture in tutti i settori a partire dai veri poteri "forti", il bancario, finanziario ed assicurativo che controllano le economie dei singoli Stati sovrani. Non troviamo tracce significative di tutto questo nel famoso decreto "Cresci Italia" se non misure veramente marginali ed ininfluenti.

La verità è che ormai grazie a questi continui processi di fusioni ed accorpamenti ormai sono presenti sui mercati finanziari pochi grandi gruppi che operano in regime di oligopolio. Nonostante le loro posizioni dominanti sui mercati, negli ultimi due anni i grandi gruppi bancari, finanziari ed assicurativi hanno registrato perdite considerevoli, veri e propri crolli delle loro quotazioni azionarie e piani di ristrutturazione che comportano pesanti tagli di personale, incalzati dalle agenzie di rating e tartassati dai loro indici che (per una legge del contrappasso dantesca) hanno contribuito in buona parte a tali risultati negativi, spaventando gli azionisti ed i potenziali investitori. Tutte le regole di "Basilea 1 - 2" con le quali si è imposto ai cittadini utenti tagli o cessazioni del credito, spese, valute si sono poi ritorte contro i loro stessi inventori e sostenitori. Nel decreto sopra citato, troviamo spesso riferimenti alla necessità di tornare a crescere, cioè vedere un segno + nell'ormai famigerato Pil. Dove sta scritto che un parametro matematico statistico sia il vero indicatore del benessere di un Paese. Non è assolutamente detto che il segno + porti necessariamente un aumento per esempio dell'occupazione e quindi del reddito dei cittadini. Anzi, negli ultimi anni si è registrato proprio il contrario. Ecco perché bisogna tornare a parlare di economia reale, cioè di coloro che realmente investono e producono beni e servizi agevolando tali iniziative rispetto a quelle meramente finanziarie speculative che non portano reddito e occupazione. Per far questo, allo stesso tempo occorre sbloccare il meccanismo del credito attraverso una vera liberalizzazione, indispensabile per l'intera economia, e tralasciare indicatori meramente fittizi ormai superati perché parziali ed insufficienti a spiegare lo stato di un' economia. Non sono sufficienti le misure adottate dal governo Monti per cambiare questo sistema economico e produttivo e portarlo ad una vera economia di mercato.

Antonio Ceccantini

Presidente commissione

Attività Produttive

Provincia di Livorno

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