Il Tirreno

Livorno

In teatro racconto la fragilità delle donne

Le due facce di Licia Maglietta: in un monologo di Bennet e accanto a Franca Valeri: «A 92 anni è instancabile»

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di M. Antonietta Schiavina

Due donne, due confessioni al femminile, due anime che si raccontano senza ascoltarsi nella cappella di una chiesa tra disillusioni e desideri.

"La Grande occasione" di Alan Bennet- al Teatro Concordi di Campiglia Marittima il 1° febbraio e al Teatro Castagnoli di Scansano il 2, da Licia Maglietta che ne cura anche la regia e Nicoletta Maragno- è uno spettacolo che smaschera l'infelicità "in rosa" da una duplice prospettiva: Susan, la moglie insoddisfatta e alcolizzata di un vicario egocentrico e impermeabile alle esigenze coniugali e Leslye, un'attricetta in cerca di fama, che pur di celare lo squallore di una carriera che non decolla, si consola a colpi di bugie.

«Ho voluto portare sul palcoscenico il tema di questi nostri ultimi vent'anni e di una società che ci rappresenta continuamente, scegliendo due monologhi di Bennet, scritti nel 1987 e oggi più che mai attuali, che hanno come protagoniste due donne diversissime fra di loro, eppure altrettanto fragili» spiega la Maglietta che il 23 marzo sarà anche al Teatro degli Industri di Grosseto con "Non tutto è risolto" scritto e interpretato da una sempreverde (92 anni) Franca Valeri.

Sono spettacoli molto diversi fra di loro, quelli che la vedono nei teatri toscani fra febbraio e marzo.

«Sì, anche se c'è qualcosa che accomuna i due testi, senza far paragoni fra autori come Alan Bennet e Franca Valeri. E quel qualcosa è l'ironia, che a volte rasenta quasi il sarcasmo, sui rapporti umani».

A proposito di ironia lei ha realizzato "Delirio Amoroso" sulla poesia di Alda Merini, fatta di malinconia, talvolta disperazione, ma anche di leggerezza e allegria. Com'è stato il vostro incontro?

«Quando decisi di portare in teatro i suoi testi andai a chiederle che cosa ne pensasse. Avevo paura che il mio progetto potesse irritarla. Ma lei ne fu contenta, anzi mi incoraggiò».

Come si trova invece a lavorare con una grande protagonista del teatro come Franca Valeri?

«Benissimo. Lei è una donna straordinaria, instancabile, una collega meravigliosa: io l'adoro, noi ci adoriamo e le scene che facciamo insieme sono fortissime, con Franca che ride con gli occhi prima ancora di dire la battuta e io che vengo coinvolta dalla sua ironia».

Laurea in architettura, studi di chitarra classica e pianoforte e poi tutto messo da parte per il cinema e il teatro. Come mai?

«La musica l'ho studiata da piccola, mia mamma era una pianista e in casa nostra le note si respiravano a pieni polmoni. Poi ho voluto fare architettura, ma nello stesso tempo seguivo un gruppo di teatro. Così, dopo essermi laureata, ho scelto la seconda strada e oggi la mia vena architettonica la metto nella regia, nelle scene, nel rapporto con lo spazio e con quello che progetto».

E la music a?

«Mi piacerebbe poter suonare di più, ma quando torno a casa sono sempre stanca e le cose da fare sono talmente tante che mi costringono a mettere da parte qualche passione».

Le sue figlie ormai sono grandi.

«Sì, per fortuna! Ho vissuto molti sensi di colpa nei loro confronti, ho fatto decine di compiti al telefono, preso treni al volo, sacrificando ogni minuto pur di fare la mamma nel modo migliore possibile, come del resto tutte le mamme che lavorano fuori casa».

Torniamo al teatro. Ama i piccoli teatri o i grandi spazi?

«Nei piccoli teatri il respiro del pubblico si unisce al tuo, mentre il teatro grande richiede un'energia gigantesca per acchiappare lo spettatore. E' un po' come quando al cinema ti fanno un primo piano invece che un piano lungo e sai che puoi permetterti alcune sfumature in più. Ma ogni cosa è bella per un attore che ama il suo mestiere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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