Italia
E liberaci dal lavoro (ma anche dall’ombrellone)
Il nostro mondo salvato dai nonni e dalle loro pensioni In calo l’assenteismo e la capacità di produrre reddito
di Mauro Zucchelli
LIVORNO
«Meglio disoccupato all'Ardenza che ingegnere a Milano». Niente più d'un luogo comune eppure, forse, è l'unica cosa che oggi possiamo dirci: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ma andàtelo a spiegare a Costanza Algranti, ex baby campionessa di tennis che a Milano è andata per fare non l'ingegnere bensì qualcosa a metà fra il designer e l'artigiano: recupera materiali, scartati dall'uomo o dalla natura (come i tronchi sulla spiaggia dopo una mareggiata), e ne fa pezzi unici d'arredamento chic. Andàtelo a raccontare a Cecilia Laschi, bio-ingegnere del Sant'Anna, che non è partita dal lungomare di Livorno ma anzi ci è arrivata da Follonica: allo Scoglio della Regina studia come copiare dal polpo l’iper-abilità di movimento e utilizzarla per i suoi robot.
Il luogo comune in forma di proverbio ha un quid di vero, però: nella classifica del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita è nel settore tempo libero che stabilmente dall'inizio degli anni '90, la nostra provincia mette a segno i risultati migliori: fra i primi dieci nel Bel Paese (fra oltre cento campanili) per numero tanto di ristoranti quanto di palestre, fra i primi venti sia per sale di cinema sia per biglietti di spettacoli (e quest'anno al nono posto in fatto di libri venduti, addirittura sul podio con il "bronzo" fra le città non-universitarie).
Come le lucertole. L'ha detto anche l'architetto Augusto Cagnardi al momento di presentare l'attuale Prg: «Da primavera fin quasi all'autunno, il baricentro di Livorno si sposta sul mare: il corso principale non è in centro come in tutte le città bensì sul lungomare, buona parte dei livornesi assomiglia alle chiocciole e per 3-4 mesi all'anno trasferisce la propria esistenza nella cabina di uno stabilimento balneare».
Non è un caso dunque se un livornese espatriato come Francesco Bruni, l'alter ego di Virzì (e sceneggiatore di Montalbano), senta che di Livorno gli manca «quella dimensione un po' "californiana": asciugamano, infradito e via…».
La chiave di tutto però è l'atteggiamento nei riguardi del lavoro. Il primo scatto è quello che arriva dal dirigente un po' "lumbard" spedito a Livorno a fare una batteria dei (rari) colloqui di assunzione, ovviamente precaria: «Mi chiedevano la "pausa mare"? A un certo punto sono andato dal responsabile del personale a domandare se ci fosse qualcosa del genere negli accordi locali. Balle, reclamavano il "diritto" di andare al mare...».
Il secondo clic lo consegna al taccuino un ristoratore, locale non grande e fama non male: «Se prendo qualcuno lo faccio perché ho bisogno che lavori, mica perché pensi a svignarsela il prima possibile. Invece, anche con un mestiere come il mio, guai a cercare qualcuno in estate: magari rispondono all'annuncio ma ti dicono che a lavorare ci verranno a fine settembre».
Quel che né l'uno né l'altro dicono è l'impegno che chiedono e cosa danno in cambio: si scoprirà che si tratta di contratti a termine e, soprattutto per l'oste, con una flessibilità oraria quasi giapponese e pressoché senza preavviso, meglio se potendo contare su una buona conoscenza della lingua inglese e pure di quella tedesca. E in cambio? «Intanto, cominciamo col tirocinio…». Tradotto: 400 euro al mese, ben che vada.
Vedi alla voce assenteismo. «L’ anno del ritorno degli amaranto in serie A – dice un caporeparto di una grande fabbrica livornese – da noi l'influenza aveva la singolare abitudine di colpire esattamente nei giorni in cui c'era la partita del Livorno. Anche con punte del 25% della forza lavoro».
Le cifre le snocciola l'avvocato Filippo Notaro (Confindustria) al convegno sulla certificazione medica: in diverse fabbriche livornesi l'assenteismo ha toccato «picchi di percentuali a due cifre» e, secondo l'ultima indagine di Federmeccanica, l'assenteismo a Livorno è all'8,9% (il 4,8% per malattia) ma fra le categorie operaie supera la soglia dei dieci punti percentuali (10,4%).
Sorpresa: meno forfait. I forfait dei lavoratori dipendenti sono a Livorno al di sotto dello standard nazionale. È la sorpresa che balza agli occhi nell'ultimo dossier confindustriale: lapercentuale di assenza media che qui da noi è complessivamente al 6,1% (contro il 7,8% su scala nazionale) e, se prendiamo solo gli operai, arriva al 7,2% (meno dell'8% della media a livello nazionale). Non basta: di fronte ai guai di Aamps, il sindaco Cosimi ricorda che l'assenteismo è precipitato da uno standard del 12% nel 2004 al 4,2% adesso.
E liberaci dal lavoro. Più che dribblare il lavoro, meglio liberarsene: non è lo spazio per realizzarsi bensì una gabbia che ci aliena. Il miraggio è la pensione, nessuno l'ha raccontato meglio di due artisti di casa nostra. Come Paolo Migone in "Tagliatori di palme": «32 anni, prepensionato portuale». Come Bobo Rondelli degli esordi: «ha picchiato la testa» e la soluzione al tormento esistenziale è andare in Comune a «chiedere la pensione».
Il pensionato è il mestiere-chiave nella nostra provincia: se ne contano 101mila e rappresentano il 27% del reddito disponibile delle famiglie. Non basta: duemila pensionati sono sotto i 40 anni (quasi tutti sotto i mille euro mensili).
Dietro tutto questo cosa c'è? Forse soprattutto l'idea di non farsi imprigionare dal totem della produttività o comunque il tentativo (l'illusione?) di potersi ritagliare tempi e modi fuori dall'ossessione per il lavoro come strumento per conquistare fette di reddito, dunque di potere d'acquisto.
Eppure restiamo cicale. Però salta fuori un cortocircuito: difficile raffigurarci frugali e pauperisti. Al contrario, Livorno è una città "cicala", anche se meno che in passato visto che ormai nella graduatoria delle province più consumiste arriviamo a malapena al 41° posto (su oltre cento). Il combinato disposto non può che essere uno: se la crisi rimpicciolisce la torta dei redditi da distribuire e se abbiamo rallentato solo di poco la tentazione di fare gli spendaccioni, l'unica cosa che fa quadrare il cerchio è una iniezione di soldi extra. Che si tratti della pensione della nonna (il principale ammortizzatore sociale reale qui da noi) o dello smobilizzo del risparmio delle generazioni precedenti (la vendita della casa lasciata in eredità dai familiari).
E' un ingranaggio che però assomiglia a una bomba a orologeria: non si costruisce ricchezza da distribuire come reddito e si brucia patrimonio. Finché c'è. Con qualche conseguenza già ora: l'assottigliarsi dei patrimoni lasci in braghe di tela tante famiglie a caccia di prestiti bancari. Le banche stringono i cordoni della borsa perché non ci sono abbastanza garanzie. E' sacrosanto prendersela con le banche. Ma la pigrizia che ci lascia a crogiolarsi come lucertole al sole sui moletti, davvero non c’entra?
Partita doppia. Ma qualcosa sta cambiando. Su due fronti.
L'uno: l'indagine Excelsior va a chiedere agli imprenditori che tipo di figure professionali assumeranno, qui da noi ha messo sempre in evidenza una richiesta di braccia con il minimo titolo di studio. Stavolta no: in otto anni è raddoppiata la percentuale di laureati richiesti (ora arriva all'8%), ma occhio che è un po' al di sotto del 9,4% del rapporto 2008.
L'altro: in buona parte delle classi delle scuole livornesi gli studenti immigrati sono o i più indisciplinati o i più bravi. Per loro è probabilmente l'unico "ascensore" possibile per salire nella scala sociale. C'è il rischio che i ragazzi livornesi bighellonando restino a terra.
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