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Uccise la moglie a martellate: assolto
Decisiva la perizia psichiatrica: in quel momento non era capace di intendere e volere. Il pm aveva chiesto 14 anni
di Federico Lazzotti
LIVORNO
Giovanni Scotti «non era capace di intendere e volere» quando la mattina del 3 novembre di due anni fa prende il martello con il quale sta sistemando il battiscopa del salotto, va in camera da letto dove la moglie Licia Lambertini, 60 anni, sta dormendo, le copre il volto con il lenzuolo e la colpisce alla testa fino ad ucciderla. Dopodiché si presenta dai carabinieri di Ardenza e si costituisce. «Non ce la facevo più a sopportare questa situazione», dice ai militari prima di essere arrestato.
È da poco passato mezzogiorno quando il giudice Beatrice Dani pronuncia la sentenza con la quale a distanza di un anno e mezzo dalla tragedia, restituisce la libertà all’ex idraulico per il quale il pubblico ministero Fiorenza Marrara aveva chiesto la condanna a 14 anni. «Non è imputabile» – è la formula che usa il giudice – perché in quel momento «non era in sé».
Giovanni Scotti, 68 anni, ha scelto di attendere l’ultimo atto del processo da solo, chiuso nella sua casa di via Mondolfi, dove tutto è iniziato e dove dall’estate scorsa era stato trasferito agli arresti domiciliari.
Sono i suoi legali, gli avvocati Vinicio Vannucci e Aurora Matteucci a chiamarlo pochi minuti dopo la lettura del dispositivo. «Assolto», gli dicono. Lui che tutti descrivono come un uomo «introverso e segnato dalla vita», non si scompone. «Grazie di avermi aiutato», risponde prima di abbassare la cornetta.
«Si tratta di una sentenza che in qualche modo rimette in equilibrio la bilancia della vita – commentano i due avvocati – adesso la speranza è che Giovanni Scotti possa, fin dove possibile, recuperare una sorta di normalità».
Tra sessanta giorni il giudice renderà note le motivazioni della sentenza, ma già dalla formula è possibile capire che nella scelta è stata decisiva la perizia psichiatrica con la quale il professor Pietro Pietrini, consulente nominato dal tribunale, ha sottolineato tutto il disagio dell’imputato. Nelle venti pagine depositate il mese scorso, il medico ha ripercorso la vita dell’ex idraulico e soprattutto la convivenza con la malattia della moglie e le difficoltà del figlio.
Nella sua relazione Pietrini ha scandagliato la vita della famiglia Scotti a cominciare dal viaggio di nozze, durante il quale l’imputato scoprì la malattia della moglie. «La nascita del figlio – sostiene – è solo una parentesi felice». Sulla vita dei due coniugi, infatti, si abbatte qualche anno dopo un altro dramma. Il figlio quando ha dieci anni è vittima di un grave incidente in bicicletta. «Da quel momento – prosegue la relazione – Giovanni Scotti si deve occupare di entrambe». In che modo e con quali conseguenze lo ha spiegato anche il fratello Mario. «Per trent’anni – racconta – ho visto mio fratello convivere con la malattia fino a non riuscire più nemmeno a ridere. Quando gli chiedevo come stai lui scuoteva la testa e rispondeva: “Non ce la faccio più”. Poi ha fatto una cosa brutta, bruttissima che non mi sarei mai aspettato»
Il giorno dell’omicidio – secondo il perito – è dunque l’ultimo stadio di un’esistenza di dolori e rinunce. Giovanni Scotti la mattina del 3 di novembre del 2010 «non vede davanti a sé una strada diversa da quella che ha percorso» vale a dire l’omicidio, e senza sapere «il perché». Due dettagli che hanno indotto Il giudice ad assolverlo davanti alla legge. Davanti al ricordo della moglie il processo sarà senz’altro più lungo.
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