«Accettiamo la concorrenza o è la fine»
Alle porte c’è la sfida per i giganti dei container. Operatori e politici: fare squadra per essere lo scalo della Toscana
di Giulio Corsi
LIVORNO
Da una parte la crisi del porto, che si trascina da anni dentro e insieme alla crisi di una città, dolorosa, non letale come fosse l’aneurisma dell’aorta per dirla con le parole del sindaco Cosimi ma lenta, come una piccola arteria che anno dopo anno va a stringersi per finire con l’occludersi. Dall’altra l’orgoglio del porto, la consapevolezza delle proprie potenzialità, la forza di non essere una tinozza - per dirla ancora con Cosimi - ma il secondo scalo d’Italia per movimentazione auto. E davanti il futuro: quale futuro? Disegnato da chi? Con quali protagonisti? E con quale ruolo in città, nell’area vasta, in Toscana, nel Mediterraneo? Il 2012 sulle banchine inizia con una riflessione collettiva di tutti i protagonisti, gli imprenditori, l’Autorità Portuale, gli enti locali, i lavoratori, le banche, i politici. Anche il vescovo.
Quattro sfide
“Porto di Livorno: un patto per la crescita. Il momento delle scelte e del coraggio”. Nel titolo del convegno, organizzato dalla Fise Uniport, che ieri mattina per quasi quattro ore ha visto confrontarsi sulle poltroncine del Lem i player cittadini sollecitati dal direttore del Tirreno Roberto Bernabò, c’era praticamente tutto. Il “patto” inteso come atto di chiusura delle litigiosità e di una concorrenza interna più distruttiva che produttiva, e come atto di accordo delle imprese con le imprese, con l’Autorità, con i lavoratori, con la politica, con gli enti locali. Il “momento” inteso come questo momento, ultimo giro scandito dal suono della campana per usare le parole del presidente della Provincia Kutufà, ultima spiaggia per voltare pagina alla crisi portuale prima che sia troppo tardi e Livorno finisca fuori dalle web city, le città della rete, quelle che stanno sulla mappa come possibili attracchi dei traffici mondiali. Le “scelte”, quelle di pensare, immaginare, lavorare, programmare il porto del futuro, come ha sottolineato il presidente dell’Autorità Portuale Gallanti, il porto che si sta attrezzando per ospitare i giganti dei container da 8500 teus e poi tra 4, 5 anni quelli da 10mila teus, il porto che dovrà per forza guardare allo sviluppo a mare attraverso la darsena Europa perché a nord e sud non si può guardare, come ha detto Cosimi, il porto che saprà dialogare con le forze produttive di Firenze, Prato, Pistoia per capire di cosa hanno bisogno e diventare per loro scalo attrattivo come ha auspicato il capo delegazione di Fise Uniport Barbera. Le “scelte” di cercare un traffico nuovo, «perché da 5 anni non ce n’è uno, ma si muovono solo quelli già acquisiti», in modo da difendere e rilanciare il lavoro sulle banchine dove quasi il 50 per cento degli occupati vive in ammortizzazione sociale, come ha ricordato Simone Angella (Cgil). E infine il “coraggio”, il coraggio della comunità degli imprenditori portuali di dare una valutazione al piano regolatore del porto non più legata agli interessi individuali, al mi piace se mi conviene, non mi piace se ci rimetto, ma vista in un’ottica costruttiva, di crescita dello scalo, come ha insistito ancora Barbera, il coraggio delle banche, della banca cittadina in particolare, di unirsi alla sfida e fare credito alle imprese del porto, il coraggio dei lavoratori di accettare la flessibilità gridato da Angella ma a patto che ci sia un progetto in cui il lavoro sia valore aggiunto, il coraggio della classe politica e di quella imprenditoriale di accettare la sfida della concorrenza e rinunciare alle posizioni acquisite.
Tocca alla politica
«La sola attività portuale può essere sufficiente per essere il volano dell’economia cittadina?». Con questa provocazione Federico Barbera ha aperto il convegno. La risposta l’ha data lui stesso: no. «C’è bisogno di uno sforzo supplementare che porti altre attività». E poi ha fatto un esempio: il Faldo. «Sbarcare auto può essere un’operazione semplice, ma creare affezione al porto non può arrivare solo da questa capacità. E allora bisogna dare qualcosa di più a chi usa il nostro scalo. Proprio come accade al Faldo. Se oltre alle operazioni portuali facessimo logistica integrata in tutto il sistema regionale creeremmo anche lavoro». Le provocazioni di Barbera sono continuate: «Siamo sempre stati convinti che esistesse una comunità portuale, ma dall’arrivo di Gallanti ci siamo interrogati e abbiamo capito che forse eravamo solo un insieme di persone portatrici di interessi diversi». Sono arrivate anche le scuse al nuovo numero uno della Porth Autority. «La polemica che avevamo fatto non era su Gallanti ma sul fatto che si scegliesse un non livornese - ha detto Barbera - Pensavamo fosse una scelta pericolosa e ci sbagliavamo. Abbiamo mostrato al nuovo presidente tutte le nostre cattive abitudini, lui ha stilato un piano regolatore senza tener conto degli interessi dei singoli ma razionalizzando. Quello che abbiamo mancato è stato trasformare un momento di polemica in un momento costruttivo. Oggi siamo un porto senza prospettive, che sta sulla difensiva, che vive per passare la nottata. Serve uno strumento per coordinarci, dobbiamo creare un tavolo attorno a cui riunirci. In questo la politica ha un ruolo determinante. Perché è lei che dà le indicazioni».
Città portuale o no?
E se Barbera ha fatto il primo trillo ai politici, Gallanti ha fatto il secondo. «Le soluzioni tecniche si trovano sempre - ha detto - ma sono figlie delle decisioni politiche. Mi chiedo: la visione politica alla base del piano regolatore qual è?». Tradotto: questa città vuole davvero diventare una città portuale? «Costruire una città portuale, è questa la sfida - ha continuato -. L’Autorità Portuale deve mettere in moto i meccanismi oggettivi, ma la decisione è politica, non del porto ma della città. Se si vuol fare una città portuale, il cuore, l’idea base che sorregge la comunità è portuale, gli investimenti vanno in quel senso, i conflitti esistenti tutelano il porto, fanno il suo bene». L’intervento appassionato di Gallanti è proseguito: «Livorno ha una caratteristica che altri non hanno: malgrado le liti e i casini la città vive il porto come roba sua, c’è sensibilità alla vita del porto». Come dire: oltre alla privilegiata posizione geografica c’è anche una privilegiata disponibilità d’animo: sfruttiamole.
Il rintocco della politica
«In passato in questo porto ci sono state grandi intuizioni - ha rivendicato con orgoglio il deputato Pd Bolognesi - Penso ad Italo Piccini. Ma il futuro è cambiato molto e allora è vero, bisogna mettere in campo la politica: se per la Regione il porto di Livorno è il porto della Toscana bisogna mettere in campo azioni conseguenti». Assente Altero Matteoli, sono intervenuti i rappresentanti locali dei due principali partiti. Bottino (Pdl) ha sottolineato che mai il suo partito ha ostacolato la nomina di Gallanti, De Filicaia (Pd) ha dato ragione al sindaco Bacci di Collesalvetti: «Il rapporto tra Livorno e Colle ai tempi del Faldo era quello degli Unni con i popoli invasi. Oggi è normale che Collesalvetti non lo accetti più e che gli strumenti urbanistici dei due Comuni s’intreccino».
Leadership e benedizione
«L’incertezza delle decisioni politiche nei momenti di vacche grasse andava bene a tutti», ha risposto il sindaco Cosimi in un intervento dai toni appassionati. «Io e Gallanti mettiamo a disposizione un clima istituzionale corretto, un tavolo di lavoro: la comunità si confronti sull’accettazione degli investimenti esterni indispensabili per dare una svolta. Il porto è uno snodo, la livornesità può essere un valore se si alza l’asticella mostrando capacità di confrontarci con tutti, altrimenti è un limite». E ancora: «La leadership c’è, è il progetto di piano regolatore. Bisogna trovare un punto imprenditoriale che lo renda competitivo». Il finale è stato col vescovo Giusti: collegamenti ferroviari, sinergia di territori, bacino di carenaggio senza penalizzare Azimut, ha auspicato. Prima di dare la sua benedizione: «Nessun de profundis, un patto è qualcosa di nuovo da benedire».
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