Italia
Il mare era nelle sue vene L’ultimo saluto a Silverio
Folla nella chiesa di San Benedetto per il funerale del pescatore morto Il prete: la barca era la sua vita, lui era il punto di riferimento per tutta la famiglia
di Lara Loreti
LIVORNO
«Il mare non è solo un divertimento, è lavoro. E’ un mezzo per portare a casa il pane e mantenere la famiglia. Ed è la natura che scorre nel vostro sangue. Tale era per Silverio e per suo figlio Davide». Don Tomas Zurek, parroco di San Benedetto, si rivolge così alla famiglia e a tutta l’assemblea che affolla la chiesa di piazza XX Settembre, ieri nel corso del funerale di Silverio Curcio, 64 anni, inghiottito dalle acque di Vada mercoledì scorso insieme al figlio Davide. Parenti, amici, conoscenti. E tanti pescatori. La gente è tanta e in molti sono rimasti fuori, sul sagrato.
Il sacerdote conosce la famiglia Curcio da molto tempo. «Da più di dieci anni sono in contatto con la grande comunità dell’isola di Ponza - dice il prete - e mi sono sempre chiesto: come fanno a vivere lontano da quel mondo? Ma loro avevano ritrovato qui il loro mondo fatto di pesca e famiglia. Silverio era il fulcro della famiglia, tutto ruotava intorno a lui, che era il punto di riferimento soprattutto per i nipoti. Il suo nome è lo stesso del santo protettore di Ponza, san Silverio, preghiamo anche lui, affinché protegga questa famiglia colpita dal dolore».
Don Tomas si sofferma sulla difficoltà del lavoro del pescatore: «Un’attività dura, si sa quando si esce, non si sa se e quando si ritornerà. Silverio e suo figlio avevano le mani sciupate per le operazioni quotidiane che portavano avanti sulla barca. È il lavoro della gente di mare, che noi dobbiamo ringraziare. E dobbiamo ringraziare anche il Signore per averci donato la vita di Silverio».
Il sacerdote interpreta la sofferenza dei Curcio, mentre Assunta, vedova di Silverio, e Ilaria, che ha perso il marito Davide, si stringono ai parenti, gli occhi gonfi di lacrime. «In questi momenti, inevitabilmente, ci si domanda “perché”. Perché è successo proprio a loro? E allora nasce nel cuore anche un altro interrogativo: fino a che punto è giusto ribellarsi e fino a che punto bisogna accettare la volontà del Signore? Una risposta a questa domanda è contenuta nel libro di Giobbe, che domanda a Dio perché ha portato via tutti i suoi cari. E il Signore dà ragione a Giobbe e gli permette sì di ribellarsi, ma fino a un certo punto: perché lui ha mandato sulla terra a sacrificarsi suo Figlio, che è l’Agnello senza macchia». Don Tomas, affiancato da don Placido e da altri due celebranti, conclude l’omelia ricordando che il corpo è destinato a diventare polvere, ma che «noi crediamo nella Resurrezione e un giorno nel regno dei cieli prenderemo tutti parte al banchetto dell’agnello di Dio».
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