Italia
A bordo quasi un ammutinamento
Mentre il comandante temporeggiava, l’equipaggio ha dato il via all’evacuazione
di Lara Loreti
LIVORNO
Ore 23 del venerdi 13 maledetto. Il comandante Francesco Schettino è a colloquio con la Capitaneria di porto di Livorno: temporeggia e cerca di sminuire la gravità della situazione a bordo del Concordia da più di mezz’ora. È il suo equipaggio però che rompe gli indugi e, senza aver avuto l’ordine, prepara le scialuppe per mettere in salvo i passeggeri.
Dodici minuti di incongruenze nei tempi fanno pensare che ci sia stato una sorta di ammutinamento. Dagli accertamenti della Guardia costiera, emerge che le operazioni di evacuazione della nave sarebbero iniziate infatti prima della comunicazione di abbandono nave da parte del comandante, avvenuta alle 22.58.
Infatti, circa dieci minuti dopo che Schettino, pressato dalla Capitaneria, dichiara l’abbandono della nave, alcune scialuppe piene di passeggeri vengono viste da una motovedetta della Guardia di finanza approdare sull’isola. Dieci minuti sono pochi per organizzare il trasporto dei naufraghi sulle lance di salvataggio. Per questo, secondo le indagini della Guardia costiera, dopo che la nave si è inclinata ed è rimasta al buio, alcuni membri dell’equipaggio, vista l’emergenza, avrebbero deciso di preparare i passeggeri e le scialuppe per lasciare la Concordia.
Prima di quel momento, vanno in scena, via radio e via telefono, quarantacinque minuti di bugie. A partire dalla prima, alle 22.14: la Capitaneria, appurato tramite una passeggera che s’è rivolta ai carabinieri, che l’equipaggio della nave ha ordinato alla gente di indossare i giubbotti di salvataggio, chiede al comandante se a bordo sia tutto a posto. «Sì tutto ok, solo un problema elettrico che ha causato un black out». Ma la Capitaneria verifica che la nave invece che a 16-17 nodi, velocità standard, naviga a 5-6 e che è sotto costa. «Non c’è tempo da perdere, se si parla di giubbotti di salvataggio la situazione è critica - dice ai suoi uomini il caposezione operativa Gregorio De Falco - bisogna agire». Più delle parole, è il tono di voce di Schettino e dei suoi ufficiali che fa preoccupare la Capitaneria. È evidente che il comandante della nave sottovaluta il problema: la Concordia è finita dov'è ora per caso e non per una manovra di emergenza.
Per comunicare con il comandante, la Capitaneria deve utilizzare il telefono perché parlare con Schettino è molto difficile. I militari della sala operativa di Livorno contattano la Concordia decine di volte, e non sempre riescono a trovare gli ufficiali e Schettino. Viceversa, la Concordia non si mette mai in contatto spontaneamente con la Guardia costiera, che deve insistere per far sì che dalla nave partano le tre richieste di assistenza col rimorchiatore, soccorso e poi di evacuazione.
Alle 22.26 la Capitaneria chiede al comandante se a bordo ci sono morti o feriti. Risposta: «No». Ma in acqua ci sono probabilmente già tre cadaveri e a bordo, a causa dell’inclinazione improvvisa della Concordia su una fiancata, è pieno di feriti. A quel punto la Guardia costiera interviene d’autorità e fa scattare la macchina dei soccorsi nonostante la nave neghi di averne bisogno. Alle 22.34 la Concordia accetta il soccorso: «Va bene». E alle 23.14 si adagia dove è ora. Già alle 00.30, il comandante viene visto fuori della nave. Lo provano conversazioni e testimonianze. E a quell’ora la Concordia non poteva essere già vuota, essendo iniziate le operazioni di evacuazione solo da un’ora e mezza. La Capitaneria lo invita a voce grossa a risalire a bordo. «Ora comando io», dice l’ufficiale della Capitaneria. Ma Schettino se ne va.
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