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Renzi: Rossi ci tratta come dipendenti
Intervista al sindaco di Firenze che attacca il governatore: si comporta come un supersindaco
Una notizia, per cominciare: Matteo Renzi sta invecchiando. Sì, il sindaco di Firenze che Crozza prende in giro con l'orsacchiotto e che il mensile Max ritrae con il biberon. Alla fine dell' intervista, si alza, si stira la schiena e si lamenta: «Non ho più il fisico. Sono stato qualche giorno a sciare all'Abetone e mi fa male la schiena…». Poi si rivolge al suo portavoce Marco Agnoletti: «Pensi che possa andare in bicicletta a inaugurare il Pitti moda?». «Beh, fuori è molto freddo…», gli risponde un po' impietoso Agnoletti. Siamo nella sala di Clemente VII, a Palazzo Vecchio, nella stanza del sindaco. Alle pareti dipinti di battaglie. Firenze assediata e che, a sua volta, fa guerra alle altre città toscane. Racconta Renzi: «Quando venne in visita il Dalai Lama noi a spiegargli che siamo una città di pace e lui, sorridendo: “Sarà anche vero, ma qui vedo solo dipinti di battaglie”…».
Quella di Firenze in guerra con il resto della Toscana è una storia di cinque secoli fa che si ripete anche ai giorni nostri. Di questo siamo venuti a parlare con il sindaco Renzi. Che concede al Tirreno la sua prima intervista dopo un mese di silenzio. «Firenze non è in guerra con nessuno. Se gli altri sindaci sono critici con noi, io sono aperto ad un confronto. Parliamone. Di cosa mi accusano?».
Non c'è che l'imbarazzo della scelta. A partire dall'aeroporto.
«Lo schema è chiaro. Pisa deve pensare ai volumi di traffico, Firenze ad essere un aereoporto di affari. A me va benissimo che da Pisa transitino i turisti, ma da Firenze devono poter partire i manager e i dirigenti delle aziende fiorentine. Noi non vogliamo essere lo scalo leader in Toscana, ma avere però un vero airport city. Firenze vuole stare in Toscana, ma non possiamo accettare di essere penalizzati. Vedo un'alternativa secca. O vinciamo tutti o perde la Toscana».
Magari perde anche Firenze.
«Pisa deve mettersi in testa che Firenze può andare a Bologna. Con il treno in mezz'ora ci si arriva».
In concreto: quale pista?
«C'è una sola pista possibile: parallela, più o meno inclinata. Non mi interessano dispute sui gradi. L'obliqua non funziona e, tra l'altro, va a insistere su terreni in cui Fondiaria ha previsto insediamenti. Potremmo essere costretti a pagare 30 milioni a Fondiaria: una follia».
La Regione sta valutando altri tipi di pista.
«Il rischio di Rossi è quello di incartarsi nelle varie ipotesi di pista. La Regione ha gli strumenti tecnici per imporre ai sindaci della Piana la pista parallela. Più il tempo passa e più il mercato si orienta verso Bologna».
Firenze e la Regione. Ogni giorno una polemica. Perché?
«Corriamo il rischio di avere un super sindaco della Toscana. Io non sono il direttore di una Asl che prende le direttive dalla Regione. Rossi sembra trattare i comuni come le Asl. Così non va».
Un esempio?
«La liberalizzazione degli orari dei negozi. Tocca ai comuni decidere, non alla Regione. Un altro esempio è la gara per il trasporto pubblico».
Perché siete contrari?
«Ad esempio c'è una norma che affida all'assessore regionale ai trasporti il potere di pedonalizzazione delle città. Le sembra giusto, io che mi sono preso gli insulti di molti fiorentini per aver pedonalizzato il centro storico, che debba sentirmi vincolato dall'assessore Ceccobao, ex sindaco di Chiusi?Non scherziamo…»
Lei e Rossi: due galli nel pollaio del Pd toscano?
«Tra noi c'è stima pur nella diversità dei ruoli e delle idee. Io non mi sento in competizione con lui. Il pastore protestante Bonheffer, ucciso dai nazisti, diceva che le qualità non si contendono ma si completano. A me piace di più l'immagine dei cavalli che corrono liberi: più si corre e meglio. In Toscana il Pd sarà finalmente un partito serio quando avrà più cavalli».
Perché il Pd toscano conta a Roma meno dei suoi voti?
«Per contare ci vuole entusiasmo, coraggio di rischiare. E' l'intero sistema culturale della sinistra che deve cambiare. Si prenda il sistema cooperativo toscano della Lega e di Unicoop. Quello emiliano è più forte e conta di più di quello nostro. Dovremmo pur riflettere su questo fatto, o no?»
A proposito di Regione, cosa ne pensa dei vitalizi?
«Che sia per l'abolizione dei vitalizi, la diminuzione dei parlamentari e la riduzione del loro stipendio è nota».
Lei quanto guadagna?
«Come sindaco di Firenze percepisco 4.300 euro circa al mese per 12 mensilità. In tutto 50 mila euro netti all'anno. Un consigliere regionale ne prende 5600 con i benefit. E il vitalizio. Ora io penso che il sindaco di Firenze o di Torino abbia compiti e responsabilità di gran lunga maggiori rispetto ad un consigliere regionale. Ma dirò di più: persino il capo della segreteria di un assessore regionale è pagato più di un sindaco di una grande città come Firenze».
Ha criticato anche gli stipendi dei dirigenti pubblici.
«A Firenze abbiamo adottato il metodo caro a Olivetti: un dirigente non può guadagnare più di 10 volte tanto l'ultimo suo dipendente. L’ad dell'Ataf guadagnava 330 mila euro. Abbiamo ridotto il suo stipendio a 130 mila euro».
Renzi e la religione. Lei cattolico, ex boy scout, ha difeso i pacs.
«Ìo sono sposato in Chiesa e per me il matrimonio è indissolubile. Ma come politico non posso considerare il matrimonio un sacramento».
Questione etiche di inizio e fine vita.
«Come sindaco mi occupo dei problemi delle persone durante la vita».
Avrà una sua idea.
«Purtroppo la morte oggi è un tabù, mentre una volta era naturale e i ragazzi assistevano alla morte dei nonni. Dobbiamo recuperare la saggezza popolare quando la famiglia assisteva fino all'ultimo respiro il proprio caro. Personalmente, quando sarà il tempo, vorrei essere preso per mani dai miei cari e accompagnato al Grande Passo».
Crede al nuovo centro dei cattolici?
«Non credo al terzopolismo dei cattolici, tipo convegno di Todi. Mi piace invece quando il papa e i vescovi invitano i giovani ad impegnarsi in politica».
Con il suo vescovo che rapporti ha?
«Ottimi. Il cardinale Betori è una presenza straordinaria per Firenze. Anche se su singole questioni, come è naturale possiamo avere idee diverse».
Il suo futuro?
«A me interessa fare bene il sindaco di Firenze e in questo momento non penso ad altro. Certo il patrimonio di speranze e di attese per un nuovo modo di fare politica che abbiamo scoperto nel 2011 non deve andare perduto».
Addio Palazzo Chigi?
«Sto bene a Palazzo Vecchio. E poi a Palazzo Chigi ora c'è Monti».
Un giudizio?
«E’ ancora presto. Mi spiace solo che la politica non sia stata capace di fare quelle riforme affidate a Monti. E' successo un po' con una classe indisciplinata quando arriva il bidello e mette tutti in silenzio. Questa incapacità conferma che avevo ragione: l'attuale classe dirigente va rottamata. Per fare le riforme si è dovuta affidare al supplente-Monti».
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