Il gerlo, il più 39, Piao Jack e Zeb: è graffiti town
Giulio Corsi
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LIVORNO. Chissà se Federico Buffa, uomo voce del basket italiano e uno dei massimi esperti del mondo sportivo americano e di tutto quel vi ruota intorno, pensava agli anni d'oro della palla a spicchi livornese quando in un'intervista striptease su D, la Repubblica delle Donne, ricordava le sue frasi preferite: «L'80% di quello che si legge sui muri di Livorno, best graffiti town on the planet».
Di certo c'è che negli anni di Giusti e Diana, di Jeelani e Robinson, di Fantozzi e Bonaccorsi, all'ombra dei Quattro Mori la produzione di arguti spot che in tre, quattro parole potevano esaltare mezza città e mandare in tilt il sistema nervoso dell'altra, fu altissimo. «Rolle, nelle schiacciate mettici ir prosciutto», «Se trombo 39 fie godo meno» o «Alexis sul canestro, che botta di Galestro», te le ritrovavi una mattina su un muro, davanti alla Baracchina Bianca o in piazza Roma, o su una spalletta dei fossi, ed erano uno schiaffo se stavi dall'altra parte, che forse sarebbe stato lavato la domenica successiva oppure al derby di ritorno o peggio ancora sarebbe rimasto lì, marchiato e attualissimo nonostante la pioggia, le intemperie, le crepe di facciate spesso malmesse, fino al campionato a venire.
Uno dei tantissimi "+39" - scarto indimenticato per tutti i tifosi libertassini di un derby Boston-Allibert, che vendicò un altrettanto pesante "+36" - sparsi sui muri di tutta la città, è rimasto all'angolo tra via Marradi e via Delle Sedie fino a poco tempo fa, quasi ultimo simulacro vivente di un tempo che ormai non tornerà.
In una città spaccata in due com'era la Livorno di quegli anni, era proprio la disseminazione ovunque, la forza di quelle scritte che altrove apparivano sui muri di uno stadio o di un palasport. In modo che lo sfottò al nemico della porta accanto fosse sempre vivo.
Morto il basket, la guascona Livorno ha scoperto, se ce ne fosse stato bisogno, che lo spirito irriverente di un graffito poteva esportarlo anche in trasferta, su muri-striscioni diventati mitici in tutti gli stadi d'Italia, capitanati forse da quel "Voi comaschi noi con le femmine" esibito in uno spareggio del Livorno contro il Como.
Ma i muri della città hanno continuato a raccontare lo spirito irrequieto di qualcuno e burlone di qualcun altro. E allora mentre tutta Livorno si chiedeva chi era il gerlo da salvare inneggiato dalle bombolette a metà anni Ottanta (scoprendo poi che il gerlo altro non era che un laccio usato in barca a vela), apparivano Zeb, al secolo David Fedi, oggi 45enne e tristemente passato alle cronache per essere scomparso da tre anni, e soprattutto Piao Jack. 1988, '89, '90. Non c'era muro di Livorno in cui Jack non avesse vergato la sua firma e il suo pensiero. «Il passo felpato calcò la foglia che scricchiolava» sussurrava una facciata di via Calzabigi ed era allo stesso tempo messaggio da leggere, pensare, capire, interpretare per chiunque vi passasse davanti e sfida alle forze dell'ordine perché per scrivere tutta quella roba ci voleva una mano lesta e la fortuna che nessun lampeggiante fosse in zona in quel momento.
Il geniale Jack diventò anche un negozio, all'incrocio tra via Calzabigi e via Delle Sedie: quale miglior pubblicità gratuita di tutte quelle scritte? Gli affari non andarono bene, la pioggia e l'Aamps cancellarono i messaggi, e l'eredità di primo writer divenne oggetto di contesa. Apparvero Sid, onore a un pezzo storico dei Sex Pistols, Foffo, Razzino, Fallos, ma trionfò Zeb, il palombaro che sfidava lo squalo come raccontava in una delle sue prime apparizioni in bomboletta ancor oggi impressa in corso Mazzini. Politica («Ha vinto il peggio, perché il meglio è uguale a loro»), sarcasmo («Su questo lunghissimo muro Zeb un ci scriverà mai»), filosofia («La felicità non è ben vista, se sei felice non lo dire a nessuno. Un lo fa' nemmeno capì»), attualità («Questo palazzo è stato 40 anni sciapito, ora è Saporito»): per 20 anni Fedi-Zeb ha scritto di tutto accompagnando Livorno nelle sue trasformazioni sociali, economiche, strutturali, traghettatore tra storia e cronaca di graffiti-town.
Di certo c'è che negli anni di Giusti e Diana, di Jeelani e Robinson, di Fantozzi e Bonaccorsi, all'ombra dei Quattro Mori la produzione di arguti spot che in tre, quattro parole potevano esaltare mezza città e mandare in tilt il sistema nervoso dell'altra, fu altissimo. «Rolle, nelle schiacciate mettici ir prosciutto», «Se trombo 39 fie godo meno» o «Alexis sul canestro, che botta di Galestro», te le ritrovavi una mattina su un muro, davanti alla Baracchina Bianca o in piazza Roma, o su una spalletta dei fossi, ed erano uno schiaffo se stavi dall'altra parte, che forse sarebbe stato lavato la domenica successiva oppure al derby di ritorno o peggio ancora sarebbe rimasto lì, marchiato e attualissimo nonostante la pioggia, le intemperie, le crepe di facciate spesso malmesse, fino al campionato a venire.
Uno dei tantissimi "+39" - scarto indimenticato per tutti i tifosi libertassini di un derby Boston-Allibert, che vendicò un altrettanto pesante "+36" - sparsi sui muri di tutta la città, è rimasto all'angolo tra via Marradi e via Delle Sedie fino a poco tempo fa, quasi ultimo simulacro vivente di un tempo che ormai non tornerà.
In una città spaccata in due com'era la Livorno di quegli anni, era proprio la disseminazione ovunque, la forza di quelle scritte che altrove apparivano sui muri di uno stadio o di un palasport. In modo che lo sfottò al nemico della porta accanto fosse sempre vivo.
Morto il basket, la guascona Livorno ha scoperto, se ce ne fosse stato bisogno, che lo spirito irriverente di un graffito poteva esportarlo anche in trasferta, su muri-striscioni diventati mitici in tutti gli stadi d'Italia, capitanati forse da quel "Voi comaschi noi con le femmine" esibito in uno spareggio del Livorno contro il Como.
Ma i muri della città hanno continuato a raccontare lo spirito irrequieto di qualcuno e burlone di qualcun altro. E allora mentre tutta Livorno si chiedeva chi era il gerlo da salvare inneggiato dalle bombolette a metà anni Ottanta (scoprendo poi che il gerlo altro non era che un laccio usato in barca a vela), apparivano Zeb, al secolo David Fedi, oggi 45enne e tristemente passato alle cronache per essere scomparso da tre anni, e soprattutto Piao Jack. 1988, '89, '90. Non c'era muro di Livorno in cui Jack non avesse vergato la sua firma e il suo pensiero. «Il passo felpato calcò la foglia che scricchiolava» sussurrava una facciata di via Calzabigi ed era allo stesso tempo messaggio da leggere, pensare, capire, interpretare per chiunque vi passasse davanti e sfida alle forze dell'ordine perché per scrivere tutta quella roba ci voleva una mano lesta e la fortuna che nessun lampeggiante fosse in zona in quel momento.
Il geniale Jack diventò anche un negozio, all'incrocio tra via Calzabigi e via Delle Sedie: quale miglior pubblicità gratuita di tutte quelle scritte? Gli affari non andarono bene, la pioggia e l'Aamps cancellarono i messaggi, e l'eredità di primo writer divenne oggetto di contesa. Apparvero Sid, onore a un pezzo storico dei Sex Pistols, Foffo, Razzino, Fallos, ma trionfò Zeb, il palombaro che sfidava lo squalo come raccontava in una delle sue prime apparizioni in bomboletta ancor oggi impressa in corso Mazzini. Politica («Ha vinto il peggio, perché il meglio è uguale a loro»), sarcasmo («Su questo lunghissimo muro Zeb un ci scriverà mai»), filosofia («La felicità non è ben vista, se sei felice non lo dire a nessuno. Un lo fa' nemmeno capì»), attualità («Questo palazzo è stato 40 anni sciapito, ora è Saporito»): per 20 anni Fedi-Zeb ha scritto di tutto accompagnando Livorno nelle sue trasformazioni sociali, economiche, strutturali, traghettatore tra storia e cronaca di graffiti-town.
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