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IN RIUNIONE La comunità senegalese in piazza Cavallotti (foto Laura Lezza) Assemblea dei senegalesi in piazza Cavallotti
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LIVORNO. Sono arrabbiati, i senegalesi di Livorno. Si sono ritrovati n piazza Cavallotti: parlano, discutono, le voci che si alzano. Non ci sono borse e portafogli sui teli, scarpe sulle cassette della frutta rovesciata. Dai cellulari arrivano notizie sempre più precise e la rabbia cresce ad ogni chiamata. La paura dello straniero stavolta diventa omicidio, caccia, esecuzione. Sono i morti nella vicina, civile, addobbata Firenze. C'è chi vorrebbe scendere subito in piazza per un corteo. E chi chiede di posticipare, la manifestazione si deve fare, ma autorizzata. «Non è un folle», ripetono in scarpe da ginnastica e piumini. «Non è un pazzo come dicono in televisione: questo è razzismo. Perché ha ucciso così? E il corpo dell'assassino non si è visto. Siamo sicuri sia morto? Ci siamo rimasti malissimo. Basta ammazzare la gente. Ancora una volta coi senegalesi se la prendono. Per il nostro colore, perché con noi, proprio con noi. Erano al mercato a lavorare. Il Senegal è un paese pacifico - grida un ragazzo. Ma quando ci mettono con le spalle al muro, reagiamo: Sun Sesé si dice. La connotazione politica è pericolosa». Cerca di placare gli animi Tall Sangoulene, occhiali da vista e voce pacata, in mezzo al cerchio della folla, uno dei responsabili della comunità livornese. «La situazione è grave e non deve degenerare. Il killer è uno di estrema destra, speriamo che non ci sia una specie di legge del taglione. Quell'uomo non solo ha ammazzato tre persone, ma le speranze di chi lavorava. La precarietà, la situazione grave economica italiana, non sono colpa degli immigrati. Poteva accadere anche qui, in piazza Cavallotti». Tante sono le voci arrabbiate. Alla fine riesce a prevalere la linea della manifestazione-posticipata-autorizzata. Domani mattina tutti in corteo a Livorno. «Potevamo scendere subito in piazza - dice ancora Tall - ma preferiamo chiedere l'autorizzazione. Facendola subito potevamo peggiorare la situazione. Abbiamo diritti, ma anche doveri da rispettare». Laura Lezza
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