Italia
Con Gallanti il porto non è più Cosa Loro
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Le parole del presidente dell'Autorità portuale, Gallanti, sul futuro dello scalo di Livorno fanno finalmente intravedere una visione semplice, ma non per questo banale, di ciò che c'è da fare. Una visione alla quale è collegato un programma di esecuzione da perseguire con tutte la forze. Dopo otto anni di assoluta sudditanza e subalternità al potere personale o familistico di volta in volta in auge, di assoluto immobilismo e soprattutto di assoluta “omertà” (a parte le avvertenze lanciate a più riprese dalle pagine del Tirreno da giornalisti e qualche osservatore), si tratta di una vera e propria boccata di ossigeno per tornare a sperare.
Non è un caso che al posto delle altisonanti quanto vacue e retoriche etichette (ricordate “il porto dei porti”, e le altre amenità) alla fine le cose si dimostravano e hanno continuato a dimostrarsi fino ad ora purtroppo per quello che erano e sono ancora veramente (il “porto dei pollai”). Patetiche concretizzazioni della capacità imprenditoriale, da troppo tempo ingabbiata, dei soggetti che il porto lo hanno in gestione da “noi” (il popolo italiano, toscano e dunque livornese). Non trascurabile particolare, che ci consegna il diritto, oltre che il dovere, di chiedere conto dell'uso di questo immenso capitale pubblico che le concessioni rendono solo temporaneamente uno strumento di lavoro per privati. Questi hanno un compito anche qui, semplice, ma non facile, cioè quello di farlo fruttare il giusto per sé e per la comunità, in termini di ricadute come volumi di traffico, investimenti, occupazione, stipendi ai dipendenti e così via. E a domanda di controllo da parte del pubblico, la risposta dovrebbe essere trasparente, completa e riconoscente. Non consentiremo mai più che il porto torni “cosa nostra”, di nessuno. E il piglio che l'attuale amministrazione della Port Authority sta mostrando a tutte le parti in campo è confortante.
Non ci provo nemmeno a insegnare il mestiere ai molti imprenditori e manager portuali in azione in questo non fortunato momento dello scalo cittadino, ma l'esortazione «concorrete con gli altri porti e poi eventualmente concorrete anche tra di voi, ma con grano salis» è il disegno anche qui, semplice, ma non sciocco, del giusto livello di competizione che deve esistere tra sistemi come quelli portuali, tra comunità che devono avere in una parafrasi, un minimo comune multiplo prima di mettere in campo tutti i possibili comun divisori. Oltre tutto come sistema logistico, se solo riuscisse ad alzare gli occhi fuori dalla melma della quotidianità, quello livornese ne avrebbe di battaglie comuni da combattere, persino in alleanza con altri sistemi portuali. La prima e più importante fra tutte oggi è quella di contribuire (per nostra, magari piccola, parte) a fare in modo che il Mediterraneo non perda la centralità riacquisita da poco nei traffici Asia-Occidente-Resto del Mondo, perché nonostante le buone performance ottenute fin qui, la posizione del Mare (non più tanto) Nostrum non è assodata e potrebbe indebolirsi ulteriormente. Allora sì che i problemi diverrebbero insormontabili.
Non è un caso che al posto delle altisonanti quanto vacue e retoriche etichette (ricordate “il porto dei porti”, e le altre amenità) alla fine le cose si dimostravano e hanno continuato a dimostrarsi fino ad ora purtroppo per quello che erano e sono ancora veramente (il “porto dei pollai”). Patetiche concretizzazioni della capacità imprenditoriale, da troppo tempo ingabbiata, dei soggetti che il porto lo hanno in gestione da “noi” (il popolo italiano, toscano e dunque livornese). Non trascurabile particolare, che ci consegna il diritto, oltre che il dovere, di chiedere conto dell'uso di questo immenso capitale pubblico che le concessioni rendono solo temporaneamente uno strumento di lavoro per privati. Questi hanno un compito anche qui, semplice, ma non facile, cioè quello di farlo fruttare il giusto per sé e per la comunità, in termini di ricadute come volumi di traffico, investimenti, occupazione, stipendi ai dipendenti e così via. E a domanda di controllo da parte del pubblico, la risposta dovrebbe essere trasparente, completa e riconoscente. Non consentiremo mai più che il porto torni “cosa nostra”, di nessuno. E il piglio che l'attuale amministrazione della Port Authority sta mostrando a tutte le parti in campo è confortante.
Non ci provo nemmeno a insegnare il mestiere ai molti imprenditori e manager portuali in azione in questo non fortunato momento dello scalo cittadino, ma l'esortazione «concorrete con gli altri porti e poi eventualmente concorrete anche tra di voi, ma con grano salis» è il disegno anche qui, semplice, ma non sciocco, del giusto livello di competizione che deve esistere tra sistemi come quelli portuali, tra comunità che devono avere in una parafrasi, un minimo comune multiplo prima di mettere in campo tutti i possibili comun divisori. Oltre tutto come sistema logistico, se solo riuscisse ad alzare gli occhi fuori dalla melma della quotidianità, quello livornese ne avrebbe di battaglie comuni da combattere, persino in alleanza con altri sistemi portuali. La prima e più importante fra tutte oggi è quella di contribuire (per nostra, magari piccola, parte) a fare in modo che il Mediterraneo non perda la centralità riacquisita da poco nei traffici Asia-Occidente-Resto del Mondo, perché nonostante le buone performance ottenute fin qui, la posizione del Mare (non più tanto) Nostrum non è assodata e potrebbe indebolirsi ulteriormente. Allora sì che i problemi diverrebbero insormontabili.
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