Il Tirreno

Livorno

Era la via più bella

Era la via più bella

Parlano i negozianti storici

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 LIVORNO. «Riportare la gente in centro è una sfida difficile e il piano del traffico presentato in questi giorni non sembra la mossa giusta...». Non si può certo dire che Massimo Bernardeschi (43 anni) sia un commerciante paracadutato per caso dietro al bancone di un negozio. Con la famiglia gestisce una delle boutique più famose di via Grande: le vetrine per abiti da sposo e da sposa che portano il suo nome, Massimo.  Un nome diventato una garanzia: la mamma, Graziella Strambi, a Livorno (e non solo) ha vestito tre generazioni di sposi. «È una passione di famiglia - racconta la donna - mia mamma e mia zia erano sarte, cucivano in casa a Montenero».  Graziella e il marito hanno aperto il primo negozio da sposi in via Grande quasi trent'anni fa: nel 1982, al posto della gelateria Point Break. «Poi - racconta il figlio - nel 1986 ci siamo spostati su questo lato dei portici. Perché via Grande? Era la strada più visibile, con grandi fondi e botteghe storiche». Che oggi si contano sulle dita di una mano. «Siamo sopravvissuti in pochi - sospira Graziella - Magari sbaglio, ma sono convinta che le grandi catene abbiano impoverito il centro. A tratti questa sembra la via delle mutande, un certo tipo di clientela non trova più quello che trovava prima e magari prende l'auto e fa qualche chilometro lungo la costa».  «Che il centro sia cambiato - riprende Bernardeschi - è indubbio, basta guardarsi intorno. Devo ammettere che ho pensato di lasciare via Grande, ma non l'ho fatto perché non ho trovato spazi adeguati: non andrei mai, ad esempio, dentro a un centro commerciale, non fa per noi. E poi le nostre radici sono qui».  «La soluzione - chiosa - - non è andare via dal centro, ma fare di tutto per riportarci la gente». Già, ma come? Per boutique come quella di Massimo - che da sole rappresentano un'attrattiva per i clienti - la concorrenza va oltre i confini di Livorno e il confronto con ciò che mettono sul piatto altre città è inevitabile: «È inutile girarci intorno, i portici sono fatiscenti, la pavimentazione è da rifare, mancano iniziative culturali che rendano piacevole anche solo una passeggiata davanti alle vetrine. Nelle altre città ci sono centri curatissimi. E non serve andare tanto lontano, basta arrivare a Lucca».  Gli fa eco la madre: «Non siamo contro la pedonalizzazione del centro, anzi. I centri senz'auto sono belli. Ma servono strutture e servizio. In passato ho indirizzato spesso i miei clienti al parcheggio della stazione marittima, ma poi mancava un vero servizio navetta, qualche corsa dei bus saltava».  «Si vogliono togliere le strisce blu lungo i portici? - riprende la donna - Ok, ma i parcheggi per chi vuole venire in centro dove sono? L'Odeon è chiuso, al Moderno hanno già detto che non sarà possibile fare parcheggi a rotazione. Prima di stravolgere la mobilità bisogna pensare ai servizi: ho l'impressione che questo piano del traffico, con una pista ciclabile accanto alla corsia per il carico delle merci, sia un po' caotico».  Nel negozio di Massimo lavorano cinque persone: in questi giorni è un viavai di abiti da sposa e accessori per un'esposizione che andrà avanti fino a domenica. È per presentare la nuova collezione. «Ogni volta che un commerciante, non solo noi, decide il nuovo inventario - si lascia andare Graziella - è come se facesse un investimento e lo mettesse subito sul tavolo da gioco: per non perdere tutto deve essere professionale, concorrenziale, offrire un prodotto di qualità. Poi, però, bisogna che le persone arrivino davanti alla vetrina».  «Da 53 anni anni - chiude - io invento il lavoro per me e per quelli che lavorano con me. Sono fortunata perché mio figlio ha continuato con passione il lavoro dei genitori. Ma se muore il centro muore anche il lavoro. E non possiamo permettercelo, la città ha già subito tanto». (j.g.)

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