Partecipazioni Municipali il gigante malato fra bollette choc e fondi ko
Mauro Zucchelli
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TECNICI ASA. Al lavoro per riparare un guasto al maxi-tubo che porta lacqua da Filettole 7 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. La beauty farm all'ippodromo non è stata altro che il fiammifero acceso che ha fatto esplodere a Palazzo civico la crisi politica più forte degli ultimi vent'anni. Ma la polveriera non cercàtela fra fantini e cavalli. Ce n'è anche per loro, visto che presto scadrà l'affidamento provvisorio ai pisani di Alfea (30% Snai), il business delle corse ippiche è adesso tutto in salita e il Comune ha paura di ritrovarlo sulle spalle dei suoi bilanci. Smagriti all'osso dalla forbiciona del ministro Tremonti che taglierà 21 milioni di euro in tre anni. All'ippodromo c'è però solo il primo mucchietto di esplosivo. La polveriera è più in là e abbraccia la galassia delle Partecipazioni Municipali: Atl, Asa, Aamps e dintorni. E' un gigante che va guardato dai due lati. Dal lato del lavoro: dà pane e companatico a oltre 1.300 famiglie. Dal lato dei servizi pubblici: significa 7,8 milioni di chilometri percorsi dai bus, cioè un abitante su sette che, secondo l'indagine campionaria della Regione, viaggia sui mezzi Atl; è visibile in 95mila tonnellate di spazzatura raccolta in 2.300 cassonetti sparpagliati nelle strade cittadine; equivale a 43,7 miliardi di litri di acqua potabile per 374mila persone in 33 Comuni da qui alla Maremma senese. PESI MASSIMI SUL RING Se lo pesiamo in termini di occupazione ha la stessa dimensione dell'ospedale. Quanto all'impatto sulla vita del cittadino, è ovvio quanto possa contare una struttura sanitaria che ha a che fare con la vita, il dolore e la malattia, ma servizi come bus, acquedotto, gas e raccolta rifiuti sono una ragnatela territoriale da avere un impatto ancor più quotidiano su una ancor più vasta platea di utenti - praticamente chiunque respiri, bebè e ultraottuagenari compresi - dato che copre anche gli angoli più nascosti fra i 200 km delle 1.030 vie livornesi. Bastano le foto-incubo dell'emergenza rifiuti a Napoli per ricordarci meglio di qualunque altra cosa quel che si porta dietro sulla vita di noi tutti se anche uno solo di questi ingranaggi salta o comincia a zoppicare davvero. E non si creda che i rubinetti all'asciutto e l'acqua razionata sia roba lontana, da aridi paesotti sardi o assolate campagne siciliane: è sufficiente spostarci nella metà sud della nostra provincia per fare i conti con le falde assediate da boro e arsenico (e con il rischio sete, che chi ha i capelli bianchi non ha dimenticato aver vissuto quando capitava anche qui). Intanto, le Partecipazioni Municipali le conosciamo non solo se il bus salta o no la corsa, se l'acquedotto ci lascia o no a secco, se il depuratore finisce o non in tilt e ci rovina il mare davanti all'ombrellone. Le conosciamo anche come contribuenti. Pure qui da sotto un doppio profilo. L'uno è quello che grava sulla fiscalità generale, cioè sui quattrini che paghiamo al Comune e che dalle casse municipali si travasano in quelle delle ex municipalizzate. Per dirne una: quel che il bilancio di una società come Aamps mette alla voce "ricavi" (l'equivalente cioè del fatturato per le vendite di una impresa industriale) si legge in effetti come "costo del servizio" se letto da Palazzo civico. E si scopre l'acqua calda a ricordare le ricapitalizzazioni, con iniezioni di robuste endovena di quattrini sonanti, che il Comune ha pompato nei conti in rosso delle aziende con cui gestisce i servizi pubblici locali. Incluso il sovrapprezzo che i genovesi hanno pagato dopo l'ok all'offshore Olt: forse inevitabile ma i soldi sono rimasti dentro la società e la città non li ha visti. L'altro è quello che pesa direttamente su bollette e tariffe: ormai da dieci anni filati siamo stabilimente ai primi posti nel dossier Federconsumatori dedicato alle città dove l'acqua potabile si paga di più (quest'anno al nono posto, nel 2007 addirittura al primo). Idem per il balzello sui rifiuti, secondo l'indagine annuale della Uil nazionale: siamo ora fra le dieci città italiane dove tramite la Tia il caro-immondizia picchia più forte (e non è il guaio di un'annata storta, negli ultimi anni abbiamo sempre rimbalzato in zona "medaglia" e, anche in questo caso nel 2007, nessun'altra città pagava più di noi). SOTTO IL COPERCHIO C'è un coperchio che buona parte del ceto di governo locale fa mostra di aver paura di voler alzare (e, in realtà, così facendo lo addita come il segreto indicibile alla radice di ogni guaio): riguarda la questione degli organici. Figurarsi che nella relazione gestionale all'ultimo bilancio Atl è l'azienda stessa a dirlo: a colpi di diktat (che l'Atl ha impugnato di fronte al Tar), gli enti locali hanno obbligato al servizio ma tagliando il chilometraggio annuo «da circa 9,4 milioni di chilometri a circa 7,8 milioni», falciando via quasi il 17% di quel che l'Atl faceva. Ma se tutto fosse semplicemente riassumibile così i medici che si fiondano al capezzale delle Partecipazioni Municipali avrebbero già in testa almeno una terapia per questo gigante acciaccato e malconcio. E se il centrosinistra aveva immaginato alla fine degli anni novanta che il problema fosse solo dove trovare il Mosè che guidasse il cammino verso la Terra Promessa della privatizzazione, ecco che l'esito del referendum sull'acqua ha ingarbugliato la storia: è provato che i privati non sono la medicina amara che però guarisce tutti i mali. A PREZZI DA SALDI L'ha sperimentato proprio Livorno: Genova (ora alleata con Torino e un pezzo di Emilia) ha acquistato il 40% di Asa pagandolo quanto due-tre palazzi in centro conquistandosi praticamente campo libero tanto sulla gestione di un acquedotto che copre 33 Comuni quanto, diciamo pure soprattutto - su un rigassificatore che da solo varrà il 4% dell'intero fabbisogno gas di tutta Italia e su una società che commercializza il gas qui da noi e fa capolino in mezza Toscana. Beninteso, anche Livorno con l'Asa si è trattato di privati a metà: un ircocervo di ex municipalizzate sotto il controllo di grandi municipalità ma con quotazione in Borsa e logiche manageriali privatistiche. Fino a un certo punto, però: non è un segreto che il Comune abbia coltivato l'idea di sganciare l'Asa da Genova-Torino per rivenderla poi a Roma (Acea), rimettendosi nell'alveo di quel che ha fatto buona parte del resto della Toscana, ma tutto è saltato dopo che Roma è passata alle destre (da Veltroni a Alemanno) e quest'operazione, benedetta dalla nomenklatura di centrosinistra a vari livelli, è entrata all'improvviso nel frigo. Benché il referendum abbia cancellato quel famoso 7% di profitto garantito, in verità niente è accaduto alle nostre bollette: il referendum ha lasciato ovviamente una sorta di tabù a ulteriori privatizzazioni di acquedotti. A Livorno forse qualcosa di più, dopo il match sul ring della crisi di Palazzo civico: il documento finale che rappresenta il "calumet della pace" nel centrosinistra c'è una cauta formulazione che punta a ricomprare da Genova quel 40% di Asa per riportare l'acquedotto tutto sotto l'ala del pubblico (si dà «mandato agli uffici e agli organi competenti per la definizione dell'attuazione del percorso indicato dal risultato referendario»). AL MIGLIOR OFFERENTE Ma, visto che i Comuni non hanno quattrini, come fare? La formulazione nero su bianco è ancor più in politichese ma l'idea è di vendere AsaTrade, la controllata Asa del settore gas. Con una sottolineatura ben precisa saltata fuori al tavolo della trattativa nei giorni più incandescenti: anziché uno scambio acqua-gas con Genova, AsaTrade potrebbe essere messa in vendita al miglior offerente e con il ricavato ricomprarsi l'acquedotto. Ma a referendum ancora caldo il governo Berlusconi ha messo nel decreto ferragostano l'ingranaggio che entro pochi mesi dovrebbe costringere i Comuni a far saltare gli affidamenti dei servizi pubblici locali alle proprie ex municipalizzate. Con una doppia strategia a rischio di strabismo: sull'acqua il referendum ha parlato chiaro per dire stop alla spinta verso i privati, su tutto il resto invece questa deriva eccome se c'è ancora. Magari, invece che con un diktat, facendo suonare la sirena suadente di incentivi e agevolazioni che premino i Comuni privatizzatori. Sui servizi pubblici locali pesa come un macigno anche un'altra incognita: l'effetto a cascata della Robin Tax. L'allarme l'ha suonato il sindaco Cosimi proprio presentando il documento di fine crisi: per quanto vi sia un divieto di scaricarne i costi sui clienti, tutti temono che la botta finirà in bolletta. Anche quelle di imprese energivore come alcune fra le ex municipalizzate.
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