Il Tirreno

Livorno

Addio maestro dal sorriso ironico

Juna Goti
Aldo Santini sorridente il giorno della consegna della Livornina d’oro
◗
Aldo Santini sorridente il giorno della consegna della Livornina d’oro

L'ultimo abbraccio a Santini: «Raccontare Livorno era la sua medicina»

3 MINUTI DI LETTURA





 LIVORNO. Appoggiato lì, all'altare della chiesa, con la faccia rotonda, lo sguardo sereno e quel sorriso un po' beffardo che sa trasformarsi in una battuta disarmante o in una brutale verità. Appoggiato lì, davanti ai fiori bianchi e rossi del feretro di legno, ad ascoltare quello che si dice di lui. Incuriosito, magari anche infastidito. Pronto a suonarle a tutti perché «questa volta ve l'ho fatta, me ne sono andato davvero...».  Chi lo conosceva bene, Aldo Santini, ieri mattina se lo è immaginato così: attento e ironico, con il sopracciglio un po' alzato tra le panche della chiesa di Nostra Signora del Rosario, il giorno del suo funerale. A dargli l'ultimo saluto - prima di amici, parenti, facce della Livorno che amministra, scrive, disegna e cucina - ci ha pensato la vetrina della libreria Marradi, sul marciapiede davanti a via Mangini: tende amaranto, un mare di libri e al centro, a farsi spazio tra tutti quei pezzi di vita, il suo "Dalla memoria di un inviato".  Perché da inviato - prima dell'Europeo, poi di Oggi - Santini di memorie agli angoli del mondo ne aveva raccolte parecchie. Tutte chiuse nei suoi libri, decine di libri, e nello studio di via Marradi, dove negli ultimi giorni è stata allestita la camera ardente, tra le note del concerto nº 2 di Ravel, le sue preferite.  A dirgli addio, nella chiesa guidata da don Piergiorgio Paolini, sono arrivati sindaco, presidente della Provincia, comandante dell'Accademia navale. La cara Giuliana con il resto della famiglia, i nipoti, l'editore Franco Muzzio, una schiera di chef, compagni di incontri/scontri intorno alla tavola, altra sua grande passione.  «Passione e lavoro intellettuale», come ripete il direttore del Tirreno, Roberto Bernabò: «Era stato uno dei primi in Italia a esplorare il mondo dell'enogastronomia. Aldo non si teneva mai a freno: aveva bisogno di leggere, scrivere, mangiare. Era la sua medicina per vivere...».  Bernabò parla «di Aldo davanti ad Aldo, niente di più difficile...». Perché dietro a quella penna calda c'era un carattere tosto, fatto di «sincerità disarmante, a volte brutalità». Come quando fece infuriare i cuochi di mezza città per la sua critica all'intoccabile cacciucco. «Per me - riprende Bernabò che ha pronunciato l'orazione funebre - è stato un padre spirituale: era difficile discutere con lui, voleva sempre ragione, ma il bello era proprio la capacità di scontrarsi, per poi ritrovarsi».  Santini ha iniziato a scrivere al Tirreno di Banti nel 1945. Poi ha girato il mondo come inviato, ma il legame col suo giornale e la sua Livorno non si è mai spezzato. Bernabò ricorda la cartellina bianca, «quella di sempre», che fino a qualche giorno fa ha salito le scale di viale Alfieri: «Non faceva grandi analisi, lottava per scovare i dettagli. Creava un personaggio, lo raccontava e così trovava la chiave per entrare dentro Livorno».  È anche per la straordinaria capacità di fotografare con la sua Olivetti la livornesità, che il 10 giugno il sindaco Alessandro Cosimi gli ha conferito la Livornina d'oro. «Era da brividi vedere quella faccia tonda, emozionata, con il sorriso un po' beffardo di chi smonta tutto. La frase che pronunciò la dice lunga: "Non so se me la merito, ma intanto me la prendo". Poche ore fa, nella casa di via Marradi, ho rivisto lo stesso volto sereno, lo stesso sorriso beffardo». Con quella scritta sulla lapide che, come voleva lui, ancora una volta taglia corto e dice tutto:: «Aldo Santini, ha vissuto».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino