Italia
Figlio mio, nato mille volte
«Così racconto dubbi e speranze di chi è mamma d'un ragazzo speciale»
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LIVORNO. Livornese, classe 1957, sposata con un impiegato statale in pensione, un figlio di diciannove, insieme a cui ha combattuto vincendola una lunga battaglia, l'aria disincantata di chi riesce nonostante tutto a sognare, Laura Paggini ha un passato da aspirante filosofa e conduttrice radiofonica, e un lavoro di impiegata all'Agenzia delle entrate, che ha sempre fatto con senso del dovere, anche se non ha mai rappresentato il suo ideale. Madre «di un baldo giovanotto di diciannove anni e di una piccola bambina pelosa a quattro zampe», Laura ha con la scrittura un rapporto solido, anche se non avrebbe mai pensato di pubblicare. E qualche mese fa, dopo racconti, poesie e filastrocche, ha dato alla luce il suo primo romanzo "Una gita lunga un giorno" (edizioni Albatros), che presenterà a Cecina il 29 luglio alle 17,15 con la giornalista Valeria Cappelletti durante la rassegna "Un parco di autori" a Villa Guerrazzi-La Cinquantina: un viaggio fra i ricordi che ha come filo conduttore una storia d'amore bellissima, quella di una madre coraggiosa e di un figlio speciale che hanno compiuto insieme un lungo cammino verso la vita. Lei ha studiato al liceo scientifico, poi si è iscritta a Lettere e filosofia per interrompere l'università con solo cinque esami in sospeso. Come mai? «Avrei voluto frequentare psicologia a Padova, ma non potendo, optai per filosofia a Pisa. Poi siccome sia il mio fidanzato - che adesso è mio marito - sia i miei genitori non erano entusiasti della mia scelta, partecipai a dei concorsi nell'Amministrazione Pubblica e andai a lavorare prima a Torino, poi a La Spezia, tornando infine a Livorno. Sempre con i libri al seguito, ma senza riuscire più a dare un esame». Nel suo passato c'è anche un percorso come conduttrice radiofonica. «A Radio Flash, dove iniziai per caso, dopo il primo esame universitario. Ero timidissima tanto da balbettare, così decisi di gettarmi nell'avventura, pensando "O la va o la spacca". E andò. Tanto che condussi dal 1983 al 1987, anno in cui mi sposai». Una bella esperienza. «Divertente e arricchente al tempo stesso che mi ha insegnato a comunicare anche a microfono spento: chi lavora in una radio privata diventa spesso l'amico a cui raccontarsi». Poi però si fermata a un lavoro meno fantasioso. «Essendo figlia e sorella di statali convinti e noiosi, per me giovane e sognatrice, mi ero ripromessa di non copiare il loro percorso e non riuscivo neanche a immaginarmi in un ufficio...Invece ci sono da 27 anni e dovrò rimanerci ancora per tanto tempo, visto che si allontana sempre più il diritto alla pensione». Nel suo libro colpisce molto il racconto di Giacomo, bambino rifiutato dai medici che lo davano per spacciato a pochi giorni di vita, ma che la madre vuole a tutti i costi salvare. Si tratta di una storia di fantasia? «No. Il racconto di Claudia e di Giacomo bambino, rappresenta davvero il vissuto mio e di mio figlio Gianluca, nato prematuro e con una sindrome rara, ancora oggi allo studio. I medici furono categorici, non era destinato a vivere. Ma lui ogni giorno mi aspettava dietro al vetro dell'incubatrice... Era mio figlio, anzi il "figliolino", da accarezzare, da baciare e io ero la sua mamma... La nostra vita insieme ha conosciuto la sofferenza, la paura... Ma la disperazione mai: Gianluca ha sempre avuto negli occhi una luce così profonda e sottile insieme, da diventare l'orizzonte verso il quale volevo camminare». Anni di sofferenza dunque e di coraggio. «Anni di interventi, di dolore, di ansie, ma anche negli ospedali Gianluca e io abbiamo giocato e riso insieme. E oggi lui è un ragazzo di diciannove anni che, come si dice, non si fa mancare niente. Ama viaggiare, ha tanti amici, si è divertito a praticare arti marziali, windsurf, balla, fa scherma storica, studia al Liceo Scientifico Cecioni e sogna di potersi laureare in nanomedicina. Un solo cruccio: è figlio unico». Chi l'ha aiutata di più nei momenti difficili, oltre al suo bambino? «La notte che i medici si dissero certi che la mia creatura non sarebbe vissuta, all'improvviso sentii che si era posata su di noi una grande mano. Fu una sensazione totalizzante che mi rasserenò... Ero certa che ce l'avrebbe fatta, che non aveva i danni neurologici irreversibili rilevati dagli esami. E fu davvero così, perché poi, ai successivi controlli, questi danni risultarono miracolosamente scomparsi». Si è mai detta nei momenti più terribili: "Perché a me?" «Sì e ancora me lo dico, ma solo perché non so come mi sia capitato un figlio così meraviglioso, un dono immeritato». Claudia, la protagonista della storia che lei racconta in "Una gita lunga un giorno", al figlio dedica tutta la vita. Ma a un certo punto stacca il cordone ombelicale per aiutarlo a crescere. Anche lei si è comportata così? «Nonostante la malattia ci abbia fatto vivere i primi anni in un rapporto quasi simbiotico, ho sempre cercato di accompagnare Gianluca verso la sua autonomia, anche con scelte talvolta difficili. Quando era piccolo, per esempio, ci fu un periodo in cui tornava ogni giorno a casa con i segni delle percosse. Sarebbe stato più facile per me intervenire, ma ho preferito lasciare che trovasse da solo il modo di difendersi dagli altri bambini, perché non avrei potuto stare accanto a lui tutta la vita. E il cordone a un certo punto si è staccato da solo». Quanto le è costato tutto ciò? «Ho vissuto un momento di smarrimento solo quando, nonostante l'educazione all'autonomia, Gianluca ha iniziato ad andare in motorino. Ma ho cercato, se pure con fatica, di rispettare i suoi spazi». Nel romanzo Claudia fa un viaggio a ritroso nel tempo, tornando al suo paese d'origine e incontrando un amico al quale poi si racconta. Un viaggio che lei in qualche modo ha fatto o vorrebbe fare? «Un viaggio lungo e impegnativo che però io ho compiuto dentro me stessa, ripercorrendo gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza. Indispensabile per capire e per capirmi, per ricordare che anche allora ho vissuto momenti belli e per perdonare ciò che andava perdonato. Per vivere meglio il mio presente e il mio futuro». Lei dedica il libro "A mio figlio che mi ha insegnato a vivere e a mio cognato che me lo ha ricordato". Cosa significa? «Mio figlio mi ha fatto rinascere e crescere insieme a lui. Vivendo i suoi giorni, ho imparato ad amare anche la bambina che sono stata. Ho scoperto la sensazione di leggerezza della gioia e ho cercato, nel mostrarlo a lui, di osservare il mondo intorno rimanendone affascinata e rallegrandomi delle piccole cose di ogni giorno. Poi, superati i problemi veri, stavo nuovamente cadendo nella stupida banalità di arrabbiarmi per niente, di dare importanza al futile ed è stato mio cognato a ricordarmi quanto è bella la vita, il sole, il mare, un sorriso. Mio cognato che si stava preparando ad andarsene». Gianluca ha letto il libro? «All'inizio lo teneva sul comodino senza aprirlo. Poi, dopo essere venuto alle prime presentazioni, lo ha letto e riposto nel cassetto delle cose importanti. Oggi mi sembra soddisfatto, direi orgoglioso, ma credo ne parli più con i suoi amici che con me, anche se mi dà consigli su come procedere». Cosa direbbe a una mamma che sta vivendo un'esperienza simile alla sua? «Che è una mamma speciale di un figlio speciale. Una mamma che può far nascere la sua creatura non una ma mille volte. Una mamma cui saranno riservate gioie immense per ogni piccolo passettino avanti, per attimi che alle altre mamme sfuggono. Una mamma che dovrà farsi carico di tante responsabilità, di tante fatiche, ma tutte ripagate dal sorriso negli occhi di suo figlio, un sorriso che la farà sentire importante, anzi "magica", come mi dice Gianluca». Perché ha scelto la foto della Terrazza Mascagni come copertina del romanzo? «Perché lì, tante volte, i colori del tramonto si sono incontrati con i miei pensieri».
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