Il Tirreno

Livorno

Sala consiliare del Comune affollatisima per la consegna del riconoscimento

Amarcord e commozione

Amarcord e commozione

Il sindaco: «Unico nel raccontare la sua città»

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 «Aldo Santini è l'incarnazione della livornesità "positiva" - dice Cosimi - quella livornesità che esce dalle mura e si confronta con l'ottica esterna, per leggere a distanza i propri pregi e difetti. Con la sua valigia è partito verso il mondo, ma è sempre stato legato alla sua città con il cordone ombelicale. Livorno ha goduto e gode delle sue descrizioni. Ci ha regalato i ritratti di molti livornesi, grandi capitani di industria e semplici cittadini e attraverso di loro ha raccontato quello che succedeva a Livorno e nel mondo. E lo ha fatto con una profonda capacità di analisi e di approfondimento, con un senso della notizia legato all'etica, e con un alto livello di partecipazione ed emotività che però non ha mai stravolto fatti ed eventi».  Cosimi ricorda come Santini abbia rappresentato Livorno con orgoglio, «senza nascondere i nostri difetti, con una penna mai banale, sempre intelligente e sagace. Io come sindaco - conclude - sono orgoglioso di questa città, ma voglio riconoscerne per primo i difetti, sapendo che Aldo Santini ne ha descritto comunque tanto anche i pregi. Ed è per questo motivo, per questo rapporto così colto e così produttivo e originale con la città, che abbiamo deciso di conferirgli la Livornina d'oro».  Un premio che sospinge l'amarcord e fa sgorgare l'affetto. «Aldo ha cantato le gesta della città, l'ha raccontata con profondità e l'ha nobilitata - ricorda Roberto Bernabò, direttore del Tirreno - È una figura meravigliosa per il giornalismo, un giornalista di rango, tenace e grintoso. Capace di mettere l'emotività al servizio di questo mestiere: usandola per capire meglio i fatti, per calarsi senza risparmiarsi nelle situazioni più disparate, ma domandola nel momento della scrittura, al servizio della verità. Io l'ho conosciuto attraverso le sue cartelle, pagine e pagine dattiloscritte pochissime correzioni, impensabile per noi che usiamo il computer. L'ho conosciuto attraverso quei suoi pezzi scritti di getto sulla sua Olivetti, in uno stile che si fa leggere più di altri. Da inviato amava scendere in campo, andare direttamente nei luoghi per carpirne l'essenza che poi ci faceva rivivere in una narrazione coinvolgente».  Anche Bruno Manfellotto, direttore dell'Espresso ed ex direttore del Tirreno, vuole abbracciare Santini, e lo abbraccia anche con le parole: «È la memoria di Livorno, ha raccontato 40 anni della storia di questa città e merita la Livornina fino in fondo. È stato anche un grande inviato, grazie a quella eccezionale capacità di raccontare, dote innata, ma che Aldo ha alimentato anche leggendo moltissimi libri. E poi possiede a quell'umiltà che consente ai grandi inviati di affrontare e raccontare il mondo senza preconcetti».  Alla fine sarà lo stesso Santini a raccontarsi in un avvincente intreccio che mischia la sua storia e quella della sua città, prima di ricevere la Livornina. Che dedica a Carlo Lulli, un altro giornalista illustre, protagonista insieme all'allora sindaco Alì Nannipieri della battaglia per non far morire un giornale "Il Telegrafo", poi Il Tirreno, quando, nel 1976, l'editore Monti voleva chiuderlo. E anche un'altra dedica vuole fare, omaggio appunto a quella livornesità anche gridata ma mai volgare che lui predilige e incarna: «Voglio dedicare il premio anche a quello sconosciuto che su un muro, sotto una scritta anti-americana, tipo "via il dollaro", scrisse a caratteri cubitali: "Ce ne fusse!».

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