Il Tirreno

Livorno

Pochi minuti e sarebbe morto

Anna Cecchini
Viviana Gioli l’infermiera livornese che ha salvato il tifoso a Padova
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Viviana Gioli l’infermiera livornese che ha salvato il tifoso a Padova

Un'infermiera ultrà amaranto ha salvato il tifoso ferito a Padova

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LIVORNO. Ha tamponato la ferita con tutta la forza che aveva in corpo. Per venti minuti è stata china sul costato di Michele, senza perdersi d'animo. Alla fine le sue mani erano piene di sangue. È grazie a lei, alla sua esperienza professionale e alla sua prontezza di riflessi, se Michele D'Oriano è vivo. Il tifoso amaranto sabato scorso, al termine della trasferta a Padova, è rimasto infilzato in un palo della recinzione lungo le gradinate. E la prima a soccorrerlo è stata lei, Viviana Gioli, 45 anni, di cui 25 trascorsi come infermiera all'ospedale di viale Alfieri (adesso al centro screening). «In tanti anni di lavoro - dice Viviana - non mi è mai capitato di vedere uscire da una ferita così tanto sangue. Usciva a fiotti».  Se Viviana non fosse intervenuta, tamponando la ferita con l'accortezza di una esperta infermiera, Michele non ce l'avrebbe fatta. C'era il rischio che morisse dissanguato.  La passione che accomuna Michele D'Oriano e Viviana Gioli è il Livorno calcio. Tra l'altro l'infermierea si è avvicinata alla squadra amaranto solo due anni fa, per far contenta sua madre Mariarosa. La signora ha 68 anni ed è di origini trentine e, a sentire la figlia, non è mai andata pazza per il carattere eccessivamente espansivo e colorito tipico dei toscani. «Quando il Livorno è andato in serie A - racconta Viviana - mamma si è appassionata, voleva andare allo stadio. Così le ho regalato l'abbonamento». Da allora mamma e figlia sono diventate ultrà amaranto: sono iscritte al club Rondine, non perdono una partita al Picchi e spesso vanno in trasferta. Sabato erano a Padova. Erano partite con pullman insieme a quelli del club Porto, a cui è iscritto Michele D'Oriano. «Alla fine -prosegue Viviana - i giocatori sono venuti sotto la curva nord per tirare le maglie. Michele si è sporto ed è rimasto infilzato. Un compagno del club Porto lo ha liberato. Da sotto l'ascella usciva un fiume di sangue». Viviana, con cinque lustri di esperienza sanitaria alle spalle, ha agito, sapendo che se il ragazzo avesse perso troppo sangue anche i soccorsi successivi sarebbero stati inutili. «Ho preso una maglia che era lì in terra - ricorda -, l'ho appallottolata e l'ho premuta sulla ferita con forza». Michele era cosciente e nonostante il dolore pensava a salvare quella maglia amaranto che si era conquistato. «Era riuscito a prendere la maglia lanciata da Iori - ricorda l'infermiera - e in quei minuti di paura mi chiedva continuamente chi avesse la mitica maglia. Per colpa del dolore non si rendeva conto che la stringeva come un trofeo nella mano destra».  Dopo una ventina di minuti sono arrivati i soccorritori del 118 e le forze dell'ordine. Viviana non ha abbandonato la presa. «La maglia con cui ho tamponato la ferita era colma di sangue - dice -, come le mie mani. Allora ho chiesto a quelli del 118 altro materiale. Mi hanno dato garze e anche un telo, ho continuato a premere sulla ferita e loro hanno applicato le flebo». Poi Michele è stato portato al policlinico di Padova in codice rosso e operato d'urgenza. Domenica è tornato a casa, ha riabbracciato i genitori. «So che sta meglio, sono contenta». E lei, come si sente ad avergli salvato la vita? «Volevo fare l'infermeiera fin da quando avevo sei anni - prosegue -, per me aiutare le persone è naturale. Certo quando ti rendi conto di essere stata davvero utile provi una bella sensazione, pensi che il mondo alla fine non faccia proprio schifo se la voglia di aiutare gli altri è ancora un istinto». La signora Mariarosa, la trentina convertita alla passione amaranto, ha seguito la scena a fianco della figlia. «Mamma non si spaventa - conclude Viviana -, mi ha detto di essere orgogliosa di me».

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