Il Tirreno

Livorno

Franco e Luciano: i due fratelli insieme dopo cinquant'anni

A fianco, Franco Marianelli (a sinistra) col fratello Luciano ritratti nel loro incontro in Argentina dopo 50 anni; a destra, Luciano con i figli, Hernan, Josephina e Facundo
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A fianco, Franco Marianelli (a sinistra) col fratello Luciano ritratti nel loro incontro in Argentina dopo 50 anni; a destra, Luciano con i figli, Hernan, Josephina e Facundo

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 LIVORNO. «Quando sono sceso dall'aereo e sono entrato nell'aeroporto di Buenos Aires, ho cercato tra la gente in attesa una faccia che somigliasse alla mia, ed ad un certo punto mi è sembrato di guardarmi nello specchio: dopo più di 50 anni avevo visto mio fratello». Ecco come Franco Marianelli, giornalista livornese dell'ufficio stampa Asl, ricorda il momento in cui ha incontrato Luciano, il fratello nato in Argentina dopo che suo padre aveva lasciato l'Italia, abbandonando la fidanzata incinta di Franco.  Il padre, Luciano senior, si innamorò di una donna del posto, che poi sposò, e che dopo due anni mise alla luce Luciano jr, che adesso ha 54 anni, due meno di suo fratello italiano.  I due fratelli sapevano l'uno dell'esistenza dell'altro, poi, dopo che Luciano si è messo in contatto con Franco con una e-mail, la decisione di incontrarsi, e Franco Marianelli è volato in Argentina insieme alla moglie Stefania e al figlio Simone. «Dopo un viaggio di 14 ore, alle 7,30 locali del del 21 aprile siamo atterrati in una Buenos Aires che sembrava quasi milanese: fredda e nebbiosa - racconta Franco - poi c'è stato l'incontro: dal vivo la somiglianza con mio fratello mi ha impressionato ancora di più che in foto». In effetti i due fratelli sono estremamente simili: alti e robusti, entrambi portano barba e occhiali, ma soprattutto hanno occhi ed espressioni praticamente uguali.  «Ci siamo guardati - prosegue Marianelli, raccontanto il momento dell'incontro - e non abbiamo detto nulla: ci siamo abbracciati a lungo. No, non ci sono state lacrime o frasi particolari - prosegue Franco - Quello che dovevavmo dirci a parole lo avevamo già detto, ed entrambi preferiamo vivere nel nostro io interiore le nostre emozioni. Ma se dicessi che non eravamo commossi non sarei nel vero».  «Adesso andiamo a casa, datemi le valige». Queste sono state le prime parole di Luciano, che ha portato i tre livornesi verso la sua abitazione. «Già durante il viaggio mi sono reso conto di cosa vuol dire vivere a Buenos Aires, una megalopoli da 8 milioni di abitanti: per arrivare a casa di Luciano ci sono volute più di due ore e mezzo».  Luciano, tecnico della Telecom Argentina, abita infatti a San Fernando, una delle municipalità di Buonos Aires. Un quartiere residenziale che però, poco più avanti, confina con i quartieri poveri e le prime baracche delle favelas.  E nell'appartamento di Luciano, i due fratelli hanno finalmente parlato. «Chiaramente ho chiesto a Luciano che mi raccontasse come era nostro padre, che io non ho mai conosciuto, e che lui ha avuto accanto solo 8 anni, prima che morisse. E mio fratello mi ha spiegato che era un uomo di poche parole, ma concreto: "Faceva e non parlava" - ha sottolineato - spiegandomi che pur senza un titolo di studio tecnico era riuscito a diventare un quadro della Fiat argentina, azienda che alla morte di Luciano senior ha assunto Marosa, la madre di mio fratello. Luciano - prosegue il giornalista livornese - mi ha anche raccontato come nostro padre, che allora viveva in campagna, raccolse e adottò un cucciolo di puma smarrito, che allevò fino a quando diventò adulto, e che girava per casa come una sorta di grande gattone troppo cresciuto»  L'incontro tra i due fratelli è stato l'incontro con le rispettive famiglie: Luciano junior hapresentato al fratello italiano i suoi tre figli, adottati dal suo secondo matrimonio, e cioè Hernan, di 12 anni, Josephina di 11 e il piccolo Facundo di 9. «I tre ragazzini si sono subito gettati addosso a mio figlio Simone, che per loro era una sorta di fratellone, mentre a me si rivolgevano chiamandomi "tio, tio" (zio in spagnolo), e fraternizzando immediatamente. E qui ho conosciuto anche Marosa, la ammma di Luciano, una signora di 91 anni che fuma ancora qualche sigaretta e non disdegna un goccio di aguardiente, ma che è sempre sana ed arzilla come poche».  Poi le giornate argentine sono scorse sempre più intense, tra racconti, gite e anche doverosi omaggi alla gastronomia locale, con l'"hasado", la carne ai ferri e le "empanadas" a fare la parte del leone, ma anche incontrando moltissimi argentini di origine italiana che ricordavano a Franco le loro parentele rimaste nel nostro Paese. «Mio fratello che è stato un giocatore di rugby, come anche mio figlio Simone - prosegue Marianelli - ci ha anche portato a vedere una partita del "Pumas", la nazionale argentina di rugby».  Poi il momento dei saluti: Franco e la famiglia sono ripartiti per l'Italia. «Il prossimo anno Luciano verrà a Livorno, quindi non è stato un addio ma un arrivederci. Ed è stato un momento toccante, tanto che mia moglie non è riuscita a trattenere le lacrime. E anch'io ero sicuramente commosso».

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