Il Tirreno

Livorno

Il Papa a tu per tu con noi toscani

Papa Wojtyla in una foto del 2000
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Papa Wojtyla in una foto del 2000

Cecconi: ha sdoganato gli immigrati. Rossi: quanta forza nei suoi gesti

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 LIVORNO. E' stata l'occasione per sfogliare un immaginario album dei ricordi, per andare a ritrovare i gesti e le parole pronunciate da papa Giovanni Paolo II e rileggerne il profondo significato. E' stata anche questo la presentazione, in Provincia, del libro "Il nostro Wojtyla" edito dal Tirreno in tandem con De Batte: scritto a quattro mani da Ludovica Monarca e Mauro Zucchelli, in 120 pagine ripercorre i viaggi compiuti nella nostra regione dal Papa, oggi beato.  L'ambizione? «Raccontare una specificità - prende la parola Roberto Bernabò, direttore del Tirreno - cercando di offrire un angolo di lettura di cronaca del "nostro" Wojtila nelle sue visite in Toscana alle quali abbiamo dedicato ampie pagine sul nostro giornale».  Tipico piglio giornalistico, fedele alla realtà, supportato da estratti dei discorsi che Giovanni Paolo II rivolse ai giovani, ai lavoratori, ai sindacalisti durante i suoi viaggi. E poi quello che questo libro non è e non vuole essere: «Non è un giudizio - dice Ludovica Monarca - né un bilancio dell'operato del pontefice. Ma un racconto del nostro Wojtyla con pregi e limiti dell'approccio giornalistico».  Un lungo viaggio che parte dal lontano 1980 con la visita a Siena e arriva al 2000 con il viaggio all'Argentario: un Papa dalla grande umanità, che non si è mai tirato indietro, e che con le sue visite ha affrontato la "Toscana rossa".  Ne è la prova il dialogo che il pontefice ebbe con un sindacalista in occasione del suo incontro con il consiglio di fabbrica alla Solvay di Rosignano. «Un confronto per niente diplomatico, - racconta Zucchelli - spigoloso e a tratti duro ma appassionato». Un Papa fuori dal comune: in piazza a Firenze ha risposto alle domande dei giovani, fra i quali i comunisti della Fgci; in Maremma ha avuto un confronto commovente con i minatori che espressero al pontefice la sensazione di essere non solo sotto terra ma anche ai margini del mondo. Non è detto che fossero d'accordo con lui su tutto, eppure - è stato detto - lo consideravano "uno di noi".  «Lui guardava dritto negli occhi», ricorda don Antonio Cecconi. «E con quel suo sguardo parlava. E' stato un papa poeta, attore, autore teatrale che con ogni mezzo ha ribadito il suo "no" alla guerra, alla violenza, alla prepotenza. "Siamo tutti responsabili di tutti", così diceva Giovanni Paolo II: arrivava da un Paese lontano e nel 1978 ha di fatto sdoganato la presenza degli immigrati in Italia».  Ampia la riflessione sulla gestualità del pontefice, tracciata da Emanuele Rossi, docente al Sant'Anna di Pisa, che in più occasioni ha incontrato Giovanni Paolo II. «E' stato capace di parlare al popolo, di attirare i giovani come nessun Papa aveva mai fatto prima». Indimenticabile l'episodio avvenuto alla Giornata mondiale della Gioventù organizzata a Czestochowa nel 1991, quando una ragazzina scappò per andare ad abbracciare Wojtyla. «Fu bloccata dal servizio d'ordine, ma lui si alzò e fece cenno di lasciarla passare». Quel gesto, quell'abbraccio sono rimasti nella storia.  «Penso poi - aggiunge - alla ferma condanna contro tutte le mafie che ha visto papa Wojtyla scuotere il dito con fare minaccioso nel suo discorso ad Agrigento, o ancora quando in occasione del Giubileo si è voluto scusare per tutti gli errori commessi dalla Chiesa».  Wojtyla era anche il Papa che chiedeva se la torre di Pisa fosse ancora in piedi: sul filo dell'ironia e del sorriso il primo ricordo del vescovo Simone Giusti che, giovane studente universitario, fu convocato dal pontefice a Castel Gandolfo nel 1979. Anche nel suo amarcord Giovanni Paolo II era un Papa che «sapeva parlare attraverso i gesti». E con i suoi gesti - conclude Giusti - «Wojtyla ha cercato di rimettere in moto la storia, solcando una strada precisa. Era un gigante e l'hanno un po' azzoppato».  "Il nostro Wojtyla" è aperto da una dedica al collega Luciano De Majo, scomparso a 40 anni poche settimane fa. E' singolare che un libro su un Papa sia dedicato a un comunista? Sì, ma solo in apparenza: l'uno e l'altro erano accomunati dall'idea - dicono gli autori - che «un altro mondo è possibile». Il mercato, il capitale e i consumi «non sono né il fine né la fine della storia»: lo pensavano entrambi.

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