Italia
È morto Mostardi, padre del porto
Mauro Zucchelli
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ENRICO MOSTARDI. A sinistra: il brindisi in occasione del 90º compleanno. A destra: negli anni ’80 insieme a Italo PicciniIn tandem con i due Piccini ha disegnato il futuro delle banchine
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LIVORNO. «Sarei a pregarvi di prendere atto del fatto che non mi chiamo "Moscardi" ma Mostardi. Da tanti anni. Se esiste ancora, correggete, per cortesia, il mio coccodrillo: non vorrei presentarmi di là sotto falso nome». Chissà se l'ingegner Enrico Mostardi si rammentava di questa lettera al Tirreno scritta 13 anni fa: certo, ora che lui - "padre" del porto, in tandem con Italo Piccini morto un anno e un mese fa - se n'è andato, viene da ricordare che neanche gli anni avevano domato l'ironia così livornese con cui in quella missiva si era rivolto all'allora assessore De Peppo, senza timori reverenziali. Non è un riferimento rituale, quello al suo sodalizio con il console "rosso" che ha regnato sulle banchine. E guai a credere che Mostardi, 90 anni compiuti il 2 ottobre scorso, fosse un "signorsì" di fronte al potentissimo amico: ancora oggi nel quartier generale della Compagnia ricordano che, quando litigavano, le urla tiravano giù la "fortezza" dei portuali in via San Giovanni. Eppure l'uno e l'altro hanno dato forma a quel che il porto è stato. Portano la sua firma l'organizzazione di terminal come la Darsena Toscana, la Darsena 1 e il Dole Term. Porta (anche) la sua firma la proposta dell'Ordine degli Ingegneri presentata nel 2005 con il coraggio di andare in rotta di collisione con quella avanzata dai suoi amici portuali insieme a Contship. Porta (soprattutto) la sua firma l'idea-guida del nuovo piano regolatore del porto messo in pista l'anno successivo dall'Authority per mano di Roberto Piccini, figlio di Italo. Ma, nel mare di progetti da metà anni '70 in poi, bisogna mettere l'accento sull'"invenzione" che ha fatto la fortuna di Livorno: l'industrializzazione dei processi sulle banchine oltre i container, fino a "terminalizzare" il settore general cargo. Quant'è bastato per far fare un balzo in avanti al modo d'essere dei portuali: non più solo prestatori di braccia, com'è nella tradizione dei "camalli" tipo Genova. Tutta colpa forse di quella laurea in ingegneria industriale che gli aveva squadernato sotto gli occhi un modo differente di essere ingegnere: e se l'inizio era stato sotto il segno delle Ferrovie, poi Mostardi si sarebbe occupato di bus e traffico (al timone della municipalizzata Atam) e infine di navi e banchine. Una parabola professionale che gli aveva dato una capacità di visione a 360º sui vari fronti del trasporto. I funerali sono previsti domani alle 10 alla cappella mortuaria dell'ospedale. «L'ingegner Mostardi - dice Vladimiro Mannocci a nome della Compagnia portuale - è stato un elemento fondamentale per il porto e i portuali. Un punto di riferimento e una intelligenza vivace che fino a veneranda età ha collaborato con noi. Ma merita di esser ricordato anche per altri aspetti: da un lato, il modo con cui ha accompagnato alla laurea generazioni di studenti; dall'altro, la verve caustica con cui sotto vari pseudonimi scriveva di porti e trasporti».
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