Il presidio
Moby prince, vent'anni di processi senza colpevoli
Sopravvisse solo il mozzo Alessio Bertrand neppure lui ha mai saputo spiegare che cosa fosse accaduto nei pochi minuti di navigazione che separarono l'allora ammiraglia della flotta Onorato dall'ormeggio a quel muro di petrolio e lamiere che inghiottì vite, sogni, speranze e progetti di chi era a bordo.
Già la prima inchiesta puntò sull'incidente e su un improvviso banco di nebbia che nascose la petroliera alla vista del traghetto e la procura indagò per omissione di soccorso (la capitaneria di porto gestì male e in ritardo i soccorsi) e omicidio colposo. A giudizio finirono 4 imputati: il terzo ufficiale di coperta dell'Agip Abruzzo Valentino Rolla, accusato di omicidio colposo plurimo e incendio colposo per non aver segnalato la sua nave alla fonda con in dispositivi antinebbia; Angelo Cedro, comandante in seconda della Capitaneria di porto e l'ufficiale di guardia Lorenzo Checcacci, accusati di omicidio colposo plurimo per non avere attivato i soccorsi con tempestività; Gianluigi Spartano, marinaio di leva, imputato per omicidio colposo per non aver trasmesso la richiesta di soccorso. Due anni di udienze, anche tesissime, e il 1 novembre 1997 a notte fonda il tribunale pronuncia la sentenza: tutti assolti perchè 'il fatto non sussiste'.
'Ce li hanno uccisi un'altra volta', fu il commento dei familiari. La sentenza verrà solo parzialmente riformata in appello: la terza sezione penale di Firenze dichiarò il non doversi procedere per la prescrizione del reato. Eppure nelle pagine dell'inchiesta giudiziaria c'erano elementi che balzavano agli occhi. Che imponevano investigazioni più accurate. Fu l'allora pretura di Livorno a giudicare due posizioni stralciate: quella del nostromo del Moby Prince Ciro Di Lauro, sbarcato poco prima che la nave salpasse, che si autoaccusò della manomissione, sulla carcassa del traghetto bruciato, della timoneria, e quella del tecnico alle manutenzioni di Navarma, Pasquale D'Orsi, chiamato in causa dallo stesso Di Lauro. Erano accusati di frode processuale, per aver modificato le condizioni del luogo del delitto e incolpare il comandante. Ma quell'azione fraudolenta, accertata anche processualmente, non era punibile perchè non modificò la timoneria già compromessa dall'incendio. Insomma furono giudicati colpevoli ma non punibili, con una sentenza confermata fino in Cassazione.
Abbastanza per cercare di capirne di più. Eppure non è stato così. Ed è stata recentemente archiviata dalla procura livornese anche l'inchiesta-bis, aperta su istanza dell'avvocato Carlo Palermo, che prospettava un complesso scenario di operazioni militari segrete e illegali che avrebbero determinato l'incidente e compromesso i soccorsi. Indizi che non hanno trovato riscontri secondo i magistrati livornesi che hanno concluso le indagini affermando che l'incidente fu provocato da un errore umano, dalla presenza della nebbia e da una nave, il Moby Prince, che navigava in pessime condizioni di sicurezza.
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