Il Tirreno

Livorno

Jeelani, l’amico ritrovato

Renzo Marmugi
Jeelani, l’amico ritrovato

«Questa città è casa mia: qui ho giocato ai massimi livelli»

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LIVORNO. “Perché nella vita un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro quando si parte”, dice Baricco. Oppure “accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni poi la vita ti risponde”. Abdul Jeelani quando ne se andò da Livorno, nel 1985, non sapeva che il cerchio della vita un giorno l’avrebbe riportato in via Allende, ma il desiderio di tornare sul luogo del delitto dentro ce l’ha sempre avuto. Scende dalla macchina di Andrea Forti e si ferma a guardare quel gigante rugoso di cemento e mattoni inaugurato nel 1976. Le scale di ferro esterne ai suoi tempi non c’erano, ma le narici della mano di Maometto sono come quelle di un setter che cerca la selvaggina fiutando il vento. Entra, si stanno allenando i ragazzini del Don Bosco.

Il figlio. E’ commosso, e con lui Azim. «Io, mia madre e Kareema eravamo seduti proprio qui - dice il figlio di Abdul andando sul parterre sotto il canestro della curva nord - mia sorella era piccola, non ce la faceva a resistere per tutta la partita. E scappava da tutte le parti, arrampicandosi sulle scale. Amina (la mamma, ndr) mandava me a cercare di catturarla, per riportarla sul parquet...Voi non potete capire la mia emozione a tornare qui. Livorno è casa mia, sono stato troppo bene...». Un attimo, poi il fiume dei ricordi di Jeelani junior, torna a esondare: «Quando ai miei quattro figli racconto di Livorno e della vita in Italia le parole non sono mai sufficienti per spiegare quello che prova il mio cuore: mi piacerebbe tanto portare a vivere qui anche tutta la famiglia.... E, parlando con i miei amici di Racine, quando dico che mio padre nel basket italiano era l’equivalente di Michael Jordan in America penso proprio che non mi possano capire. Invece era tutto vero».

La sorpresa. Mentre il figlio Azim parla e sogna, dalla porta a vetri che dà sugli spogliatoi (Abdul nel frattempo era già andato a farsi un giro solitario dentro quello riservato alla sua Libertas) arriva un signore coi capelli sale e pepe. «Abdul, mi riconosci? Sono Giovanni Diana». Il santone di nero vestito lo abbraccia e gli risponde al volo: «Certo, tu giocavi nella Rapident. Che derby a quei tempi...La gente impazziva per il basket. E’ impossibile che una città con la passione e la storia di Livorno non abbia più una squadra in serie A. Non ci credo». E poi a Diana: «Tu eri una point guard molto brava, un gran bel regista, facevi girare la squadra come un orologio». Giovannino, 53 anni, tre figli e un presente da promotore finanziario, raccoglie il passaggio e lo traduce in assist: «Ma la tua fantasia era inarrivabile, Abdul Jeelani sei stato un giocatore unico. Oggi invece il basket è rollerball, contatto fisico, durezza. Prima invece si vedevano gesti tecnici sopraffini. E sai una cosa? Ti trovo anche in forma. Dimostri 25 anni». «You are very kind, sei molto gentile...». Poi Diana, un tipo schivo, saluta la compagnia e torna in ufficio.

La curva nord. Il tour di Jeelani al PalaMacchia continua per un altro po’. Arriva Massimo Faraoni, general manager alla Virtus Bologna ma un passato militante, e lo saluta, poi il numero 11 degli anni d’oro Libertas rifà un salto indietro nel tempo: «Questa curva - e indica i seggiolini vuoti lato nord - era la più grande curva di tifosi al mondo. E’ difficile per me descrivere le sensazioni che provavo e mi porto ancora dentro. Ho giocato anche due anni nella Nba e quattro in Spagna, ma nessun posto al mondo mi ha dato le emozioni vissute a Livorno. Quando giocavo bene e dopo la sirena andavo verso lo spogliatoio tutta la curva mi richiamava indietro per salutarmi, io ricambiavo e la curva esplodeva di gioia. Fans come questi erano competenti ma passionali, tutte le squadre che entravano qui dentro erano condizionate dal nostro tifo. Il mio miglior basket l’ho giocato qui. E ringrazio tutti».

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