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La mia carriera? È cominciata cadendo dal palco
Maria Antonietta Schiavina
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MAURIZIO MICHELI. In alto: con Tullio Solenghi in Italiani si nasce e noi lo nacquimo. Sotto: insieme a Benedicta Boccoli 4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Nato a Livorno, cresciuto a Bari, approdato a Bologna per studiare al Dams, e poi a Milano per frequentare la scuola del Piccolo Teatro, ora Maurizio Micheli quando non gira per i suoi spettacoli vive a Roma. Ma confessa che Livorno gli è rimasta nel cuore e che, appena può, o per lavoro o in vacanza ci ritorna. «Da bambino abitavo in corso Amedeo al numero civico 52, - racconta l'attore - mio padre era professore di latino e greco e saremmo vissuti a Livorno per sempre, se babbo non avesse cambiato lavoro, entrando alla Mobil Oil, prima come funzionario e poi come dirigente. Andammo a Bari dove lui fu trasferito e, dalla prima media all'università, sono rimasto in Puglia, per poi ripartire, sempre al seguito del lavoro di babbo, per Milano». E' la città dove lei è nato professionalmente con la scuola del Piccolo Teatro. «Sì, anche se avevo già incominciato a recitare al teatro universitario di Bari». Livorno invece, oltre a essere la sua città d'origine, è sempre stata un luogo del divertimento estivo. «Il luogo dove con la famiglia tutte le estati tornavo per andare al mare ai Pancaldi, ma anche ad Antignano, a Quercianella, a Castiglioncello. In zona ho ancora i parenti e molti amici, e ritornarvi ogni volta è sempre piacevole». I suoi fratelli hanno imboccato una strada diversa dalla sua e l'unico artista in famiglia è lei. «Ho un fratello che vive a Pisa, dove abita anche mia madre (babbo purtroppo è morto) che lavora come informatore scientifico e un altro che abita a Milano ed è medico. Però un mio nipote fa l'attore e sta recitando con me nello spettacolo "Italiani si nasce...". E mio figlio si occupa di direzione del doppiaggio». Com'è nata questa sua passione per lo spettacolo? «Mio padre amava la lirica e mi portava a vedere le opere: io francamente mi annoiavo, anche se alcune arie mi piacevano. Devo a lui se sono entrato in un teatro da bambino e se poi, da solo, a 14 anni, ho cominciato ad andare al teatro Piccini di Bari, appassionandomi al punto da iniziare a recitare nel gruppo universitario». Poi è arrivata la scuola del Piccolo. «Sì, ma prima ho fatto giurisprudenza a Bari e il Dams a Bologna». Lei ha sempre sostenuto che il teatro è l'unica passione della sua vita. «Sono monotematico e il teatro mi ha interessato in maniera totale, anche se adesso che lo faccio da quarant'anni, vorrei tornare un po' al cinema». Il teatro, si sa, è molto più faticoso del cinema. «E a volte anche più ingrato». Quando ha detto "voglio fare l'attore", la sua famiglia come ha reagito? «All'inizio i miei non ci credevano, così come non ci credevo io, ma non mi hanno mai ostacolato. Anzi, mi hanno appoggiato venendo sempre a vedermi quando recitavo, e aiutandomi economicamente: devo a mamma e babbo se non ho mai fatto la fame come tanti miei colleghi». Avrà avuto in ogni caso dei momenti di difficoltà. «Parecchi. Il primo è stato durante un provino a Milano, per essere ammesso alla scuola del Piccolo. Ricordo che il regista, dopo avermi fatto aspettare ore mi disse: "Lei cosa sta facendo?" E io: "Sono iscritto a giurisprudenza ma voglio recitare". E lui: "Dia retta a me studi giurisprudenza". Un altro si sarebbe abbattuto, ma io invece ho preso quelle parole come una sfida e sono andato avanti. Oggi sono contento di quel momento di umiliazione: molte buone carriere, e io sono contento della mia, sono iniziate con un rifiuto oppure un parere negativo da parte di qualcuno». Da anni, fra uno spettacolo e l'altro, lei gira con un monologo a titolo "Mi voleva Strehler", ottenendo sempre grande successo. Ma quanto c'è di autobiografico nel testo, scritto da lei e da Umberto Simonetta? «Molto. Anch'io come il protagonista sono nato a Livorno, poi sono cresciuto a Bari e infine mi sono trasferito a Milano. Questo, fra l'altro, è uno spettacolo con cui ho fatto più di mille repliche e che mi viene richiesto ancora oggi dal pubblico». Ricorda la prima volta che è salito su un palcoscenico? «A parte le recite scolastiche, il mio primo spettacolo è stato "La battaglia di Lobowitz" al Castello Sforzesco di Milano. Era il giugno del 1970 e alla fine della mia scena, l'unica che avevo, sono caduto in platea davanti a mia madre e a mio padre, che erano venuti apposta per vedermi. Ho battuto la testa e ho avuto un trauma cranico, fratture in due punti del braccio e sono anche svenuto. Il giorno dopo, mentre ero dolorante, Paolo Grassi (imprenditore teatrale e fondatore del Piccolo teatro, n.d.r) mi disse "Se ha i coglioni va in scena". E lei? «E io, truccando l'ingessatura e sopportando dolori tremendi, incominciai la mia carriera professionale ubbidendogli».
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