Scuola
Da ragazzo con gli amici fece tremare i critici d’arte, ora è vicedirettore nell’istituto di Umberto Veronesi
E ora voglio beffare il cancro
Dopo la burla di Modì è diventato un superesperto nella lotta ai tumori
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LIVORNO. Dimenticare la burla delle teste di Modigliani che nel 1984 riempì le pagine dei media di tutto il mondo è pressoché impossibile. Ma pochi sanno che uno dei tre autori dello scherzo, oggi è ai vertici dell'oncologia italiana. Si tratta di Pier Francesco Ferrucci, vicedirettore del settore melanomi e sarcomi muscolo-cutanei dell'Ieo (Istituto europeo italiano di oncologia) fondato da Umberto Veronesi. Viso da eterno ragazzo, occhi chiari, sorriso contagioso, Ferrucci si è raccontato al nostro giornale pochi giorni fa, dopo aver tenuto un'interessante conferenza per i Lions Club Livorno Host sulla situazione attuale della ricerca e della cura del tumore. Nonostante lei sia un medico molto impegnato in campo oncologico, nella memoria di ognuno di noi il suo nome è legato a uno scherzo indimenticabile.
«Quello delle teste di Modigliani è un episodio di cui non mi vergogno affatto. I miei amici e io ci siamo divertiti, senza montarci troppo la testa, con lo spirito di chi vuole semplicemente giocare. Poi le cose sono andate diversamente: un risvolto del genere non ce lo aspettavamo neppure noi».
Di quel "gioco" si è tanto parlato. E ora, a distanza di 26 anni ci sono anche dei progetti cinematografici... «Abbiamo da poco registrato un docu-film, sta concretizzandosi l'idea di un film e forse si farà anche una fiction, realizzata dal regista livornese Irish Braschi».
Nel 1984 lei aveva 20 anni. Ora ne ha 46. Come ricorda quei giorni? «Con lo stesso spirito che ci aveva portato a realizzare lo scherzo. Quell'esperienza poi mi ha permesso di mantenere di contatti con ambienti che altrimenti non avrei mai frequentato. Ma - e ci tengo a sottolinearlo - ciò che abbiamo fatto i miei amici e io, non ci ha tolto la nostra personalità, non siamo mai scesi a compromessi, sia politici che economici... Forse se fosse accaduto ora saremmo diventati ricchi, altro che Grande Fratello! In fondo abbiamo rotto le uova nel paniere a tanti».
Per quello scherzo lei ha perso più di un anno di università. «Ero sempre in giro, fra interviste e incontri vari e non avevo molta voglia di applicarmi sui libri. I professori mi aspettavano al varco dicendo: "Tanto il Ferrucci deve passare di qui". Ma poi, una volta rientrato, ho recuperato il tempo perduto».
Avrete avuto problema anche da parte dei critici. «Non tanti. I più grossi sono arrivati dalla città, che era choccata e i primi mesi sono stati abbastanza duri: telefono sotto controllo, minacce dalla gente comune».
Dottor Ferrucci, parliamo di cose serie. Ci racconti il suo percorso di medico. «Dopo la laurea ho fatto la specializzazione a Perugia. Quindi mi sono trasferito a Milano, al seguito del mio capo laboratorio, il professor Giuseppe Pelicci, ora condirettore scientifico dell'istituto. E ho incominciato un'esperienza unica, con un team affiatato e organizzato, che sta portando avanti grandi ricerche».
Quando ha deciso di studiare medicina? «Alle superiori. Il mio babbo è medico - è stato primario all'ospedale di Livorno - e quindi in casa ho sempre sentito parlare di medicina, anche se non pensavo che avrei finito di occuparmene in prima persona».
Suo padre sarà stato contento della scelta. «Non mi ha forzato ma neppure contrariato». Dopo la laurea non ha cercato di trasferirsi all'estero dove c'è più aiuto per i cervelli meritevoli? «Sì. Avevo la possibilità di andare New York, invitato da un mio compagno di università che era capo laboratorio al Memorial Sloan-Kettering. Ma avrei dovuto fare ricerca per tutta la vita, e io invece volevo tornare alla gestione del paziente, per me prioritaria. Così ho rinunciato, anche perché poi è arrivata l'offerta dell'Ieo, una realtà che non ha nulla da invidiare a quelle straniere».
Lei oggi si occupa del melanoma. Ci sono novità per quanto riguarda la cura? «Siamo passati dalla frustrazione alla speranza. Oggi ci sono, infatti, tre o quattro farmaci promettenti, uno dei quali - che sembra dare un aumento della sopravvivenza e dovrebbe entrare in commercio all'inizio dell'anno - è stato presentato a un congresso oncologico statunitense nel giugno scorso».
Un bel passo avanti contro un tumore fino a oggi temibile. «Di questi farmaci si deve verificare l'efficacia nel tempo. Ma è certamente una grande conquista».
Umberto Veronesi ha sempre sostenuto che nel 2000 il cancro avrebbe colpito una persona su quattro. Oggi, nel 2010, a che punto siamo? «Purtroppo a uno su tre». Sempre Veronesi dice che si è vicini al traguardo. «Credo purtroppo che il nostro sia ancora un percorso lungo. Il professor Veronesi ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della lotta al cancro e per lui non ci sarebbe Nobel più meritato. E'necessario che lanci questi messaggi, perché arrivino i fondi e si presti più attenzione al problema. Ma da lì a dichiarare che siamo alle porte della vittoria...».
Però oggi di cancro si guarisce. «Certo e siamo andati molto avanti. Ricordo che nel 1991, quando entrai nel laboratorio di ricerca dell'Ieo, una leucemia abbastanza rara come la promielocitica acuta, portava alla morte in pochi mesi e che invece, nel 1995, anche grazie ai nostri studi, il 90% dei pazienti guariva».
La prevenzione è sempre la via più importante? «E' fondamentale, ma esiste di fatto per alcuni tumori quali il cancro alla mammella, all'utero, al colon, alla prostata. In questi giorni si è parlato della tac spirale, che potrebbe diventare una forma di prevenzione per i polmoni. Ma si tratta di un esame da fare in modo mirato, perché ha ancora dei costi molto alti». Come ci si abitua a convivere con il cancro? «Non ci sia abitua. Quando sono tornato in reparto dopo tanti anni di ricerca, ho avuto grossi problemi e ho pensato anche di smettere, perché mi facevo carico di ogni storia e non riuscivo a essere obiettivo».
Pensa di tornare un giorno a lavorare in Toscana? «Non metto limiti alla provvidenza. Ho partecipato a un concorso per il reparto di oncologia qui a Livorno, uno dei concorsi più duri e complicati che abbia mai conosciuto, con 16 medici, tutti di grande qualità. Non ho vinto, ma se fosse accaduto non so se sarei tornato: All'Ieo sto portando avanti studi che avevo programmato nella ricerca applicata. Qui forse avrei avuto altri vantaggi ma non questa possibilità».
Che cosa fa quando non si occupa di tumore? «Pratico sport, soprattutto il tennis. E da poco mi sono appassionato di arte contemporanea. Così, quando posso, vado a vedere le mostre e compro quadri: in un anno ne ho acquistati sei».
Cosa le manca di più di Livorno quando è nella nebbia milanese? «A parte gli affetti, mi manca il mare. E' banale ma è così: la pensano come me anche gli altri livornesi che vivono a Milano: facciamo molte cene per ritrovarci tutti insieme. E come sembra bella la mia città quando ci ritorno! Sono andato via considerando Livorno un posto dove vivere tranquilli, ma non certo una città affascinante. Invece quando la rivedo mi piace sempre di più».
«Quello delle teste di Modigliani è un episodio di cui non mi vergogno affatto. I miei amici e io ci siamo divertiti, senza montarci troppo la testa, con lo spirito di chi vuole semplicemente giocare. Poi le cose sono andate diversamente: un risvolto del genere non ce lo aspettavamo neppure noi».
Di quel "gioco" si è tanto parlato. E ora, a distanza di 26 anni ci sono anche dei progetti cinematografici... «Abbiamo da poco registrato un docu-film, sta concretizzandosi l'idea di un film e forse si farà anche una fiction, realizzata dal regista livornese Irish Braschi».
Nel 1984 lei aveva 20 anni. Ora ne ha 46. Come ricorda quei giorni? «Con lo stesso spirito che ci aveva portato a realizzare lo scherzo. Quell'esperienza poi mi ha permesso di mantenere di contatti con ambienti che altrimenti non avrei mai frequentato. Ma - e ci tengo a sottolinearlo - ciò che abbiamo fatto i miei amici e io, non ci ha tolto la nostra personalità, non siamo mai scesi a compromessi, sia politici che economici... Forse se fosse accaduto ora saremmo diventati ricchi, altro che Grande Fratello! In fondo abbiamo rotto le uova nel paniere a tanti».
Per quello scherzo lei ha perso più di un anno di università. «Ero sempre in giro, fra interviste e incontri vari e non avevo molta voglia di applicarmi sui libri. I professori mi aspettavano al varco dicendo: "Tanto il Ferrucci deve passare di qui". Ma poi, una volta rientrato, ho recuperato il tempo perduto».
Avrete avuto problema anche da parte dei critici. «Non tanti. I più grossi sono arrivati dalla città, che era choccata e i primi mesi sono stati abbastanza duri: telefono sotto controllo, minacce dalla gente comune».
Dottor Ferrucci, parliamo di cose serie. Ci racconti il suo percorso di medico. «Dopo la laurea ho fatto la specializzazione a Perugia. Quindi mi sono trasferito a Milano, al seguito del mio capo laboratorio, il professor Giuseppe Pelicci, ora condirettore scientifico dell'istituto. E ho incominciato un'esperienza unica, con un team affiatato e organizzato, che sta portando avanti grandi ricerche».
Quando ha deciso di studiare medicina? «Alle superiori. Il mio babbo è medico - è stato primario all'ospedale di Livorno - e quindi in casa ho sempre sentito parlare di medicina, anche se non pensavo che avrei finito di occuparmene in prima persona».
Suo padre sarà stato contento della scelta. «Non mi ha forzato ma neppure contrariato». Dopo la laurea non ha cercato di trasferirsi all'estero dove c'è più aiuto per i cervelli meritevoli? «Sì. Avevo la possibilità di andare New York, invitato da un mio compagno di università che era capo laboratorio al Memorial Sloan-Kettering. Ma avrei dovuto fare ricerca per tutta la vita, e io invece volevo tornare alla gestione del paziente, per me prioritaria. Così ho rinunciato, anche perché poi è arrivata l'offerta dell'Ieo, una realtà che non ha nulla da invidiare a quelle straniere».
Lei oggi si occupa del melanoma. Ci sono novità per quanto riguarda la cura? «Siamo passati dalla frustrazione alla speranza. Oggi ci sono, infatti, tre o quattro farmaci promettenti, uno dei quali - che sembra dare un aumento della sopravvivenza e dovrebbe entrare in commercio all'inizio dell'anno - è stato presentato a un congresso oncologico statunitense nel giugno scorso».
Un bel passo avanti contro un tumore fino a oggi temibile. «Di questi farmaci si deve verificare l'efficacia nel tempo. Ma è certamente una grande conquista».
Umberto Veronesi ha sempre sostenuto che nel 2000 il cancro avrebbe colpito una persona su quattro. Oggi, nel 2010, a che punto siamo? «Purtroppo a uno su tre». Sempre Veronesi dice che si è vicini al traguardo. «Credo purtroppo che il nostro sia ancora un percorso lungo. Il professor Veronesi ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della lotta al cancro e per lui non ci sarebbe Nobel più meritato. E'necessario che lanci questi messaggi, perché arrivino i fondi e si presti più attenzione al problema. Ma da lì a dichiarare che siamo alle porte della vittoria...».
Però oggi di cancro si guarisce. «Certo e siamo andati molto avanti. Ricordo che nel 1991, quando entrai nel laboratorio di ricerca dell'Ieo, una leucemia abbastanza rara come la promielocitica acuta, portava alla morte in pochi mesi e che invece, nel 1995, anche grazie ai nostri studi, il 90% dei pazienti guariva».
La prevenzione è sempre la via più importante? «E' fondamentale, ma esiste di fatto per alcuni tumori quali il cancro alla mammella, all'utero, al colon, alla prostata. In questi giorni si è parlato della tac spirale, che potrebbe diventare una forma di prevenzione per i polmoni. Ma si tratta di un esame da fare in modo mirato, perché ha ancora dei costi molto alti». Come ci si abitua a convivere con il cancro? «Non ci sia abitua. Quando sono tornato in reparto dopo tanti anni di ricerca, ho avuto grossi problemi e ho pensato anche di smettere, perché mi facevo carico di ogni storia e non riuscivo a essere obiettivo».
Pensa di tornare un giorno a lavorare in Toscana? «Non metto limiti alla provvidenza. Ho partecipato a un concorso per il reparto di oncologia qui a Livorno, uno dei concorsi più duri e complicati che abbia mai conosciuto, con 16 medici, tutti di grande qualità. Non ho vinto, ma se fosse accaduto non so se sarei tornato: All'Ieo sto portando avanti studi che avevo programmato nella ricerca applicata. Qui forse avrei avuto altri vantaggi ma non questa possibilità».
Che cosa fa quando non si occupa di tumore? «Pratico sport, soprattutto il tennis. E da poco mi sono appassionato di arte contemporanea. Così, quando posso, vado a vedere le mostre e compro quadri: in un anno ne ho acquistati sei».
Cosa le manca di più di Livorno quando è nella nebbia milanese? «A parte gli affetti, mi manca il mare. E' banale ma è così: la pensano come me anche gli altri livornesi che vivono a Milano: facciamo molte cene per ritrovarci tutti insieme. E come sembra bella la mia città quando ci ritorno! Sono andato via considerando Livorno un posto dove vivere tranquilli, ma non certo una città affascinante. Invece quando la rivedo mi piace sempre di più».
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