Il Tirreno

Livorno

La vecchia Livorno a luci rosse di Madama Sitrì

Cristiana Grasso
Uno spettacolo del Carrozzone e accanto Pancaccini in scena
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Uno spettacolo del Carrozzone e accanto Pancaccini in scena

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 LIVORNO. A chi lo snobba e arriccia il naso davanti alle sue popolane (spesso uomini travestiti da donne) e alle battute volgarotte, lui, il re del vernacolo livornese, risponde con una raffica di cifre: quasi 30 le commedie scritte, 1000 repliche in giro per la Toscana e anche per l'Italia, 587mila biglietti venduti, quasi mezzo secolo sulla breccia.  Giuseppe Pancaccini, 72 anni portati da giovanotto livornese, una compagnia che si chiama il Carrozzone e che conta una trentina di persone, tira dritto per la sua strada e ora, con questo "La Sitrì" (in scena dal 5 novembre ai 4 Mori), ispirato alla figura della celebre maitresse che gestì per anni una delle case chiuse più lussuose della città, alza pure la posta. «Erano anni che volevo farlo, mi sono documentato, ho anche scritto un libro. Io la Sitrì l'ho conosciuta a 18 anni, quando come accadeva ai giovani della mia epoca, mi portarono per la prima volta nel casino». Curiosità, nostalgia, voglia di mettersi alla prova con un testo che comunque richiede un notevole sforzo produttivo, soprattutto per i costumi e le scenografie, perché in un solo tempo si sovrappongono due epoche, quella di ieri e quella di oggi, con le prostitute della Sitrì, ormai invecchiate, richiamate per una rimpatriata.  Con "Il marito del mi' figliolo", incentrato su un amore gay, ha conquistato premi e segnalazioni, oltre ad un'infinità di repliche. Il filone dell'attualità paga e riempie la sala. Perché abbandonarlo?  «Diciamo che mi sono preso una breve pausa e ho voluto proporre qualcosa di più particolare, un classico che non tramontasse mai, un po' come "La signora delle cambiali", commedie sempre-verdi, comunque con l'anima vernacolare».  Ma il suo cavallo di battaglia resta la parodia dell'attualità...  «"Villa Pelosa" scritto durante lo scandalo di Villa Certosa è stato un successone, l'"Isola dei loiosi" che ironizzava sul reality lo stesso. Così come "La Grande Sorella" o "La notte prima degli esami del sangue". Stavo per fare qualcosa sulla casa di Montecarlo. Questi sono il nostro pane, abbiamo bisogno di incassare perché nessuno ci dà una lire e siamo una compagnia amatoriale. Ma a me piace anche cambiare registro, ogni tanto».  "La Sitrì" è anche una dichiarazione d'amore e rimpianto per le case chiuse?  «Io trovo che sia stato un errore chiuderle. Guardi cosa accade ora, prostitute sulla strada a tutte le ore, zero garanzie igieniche. Non mi sembra che così le cose siano migliorate».  Insomma, alla fine la Sitrì per lei era un personaggio positivo...  «Una donna speciale, brava manager, elegante. Il suo casino era il più raffinato, ci andavano i rampolii di casa Savoia, i cadetti. E le ragazze erano le più belle. Ne ho rincontrate tante, molte hanno messo su famiglia, altre hanno iniziato a loro volta il lavoro di maitresse. Era un mondo particolare. Certo, i tempi sono cambiati, oggi quelle situazioni sarebbero impensabili».  Il teatro, la scena, come vocazione. Da sempre?  «Fin da bambino mi arrangiavo a fare tutti i lavori pur di bazzicare i teatri. A 8 anni la mia prima recita ai Salesiani. A 18 anni cantai alla Gran Guardia, con Mike Bongiorno. E la Gran Guardia è stata un po' la mia casa, ci sono cresciuto, ho fatto tanti spettacoli. Non sa che dolore vederla ora in quelle condizioni, abbandonata».  Per vivere però, oltre al teatro, ha dovuto inventarsi un altro mestiere...  «Io ho fatto per tutta la vita il ristoratore, e anche lì ho avuto le mie soddisfazioni, era un lavoro che comunque mi teneva in contatto con il mondo del teatro. Ma la scena, il vernacolo, sono la mia linfa vitale. E ogni volta che vedo il teatro pieno capisco che ho seguito la strada giusta».

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