Il presidio
IL DRAMMA DEI LAVORATORI
Mutui da pagare e figli da crescere
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LIVORNO. Parlare del domani con chi ha saputo ieri che ha perso il lavoro è difficile. Ma nel capannone dell'Inalfa, tra i banchi di lavoro e i grafici appesi al muro che raccontano i risultati conseguiti dalla produzione, qualcuno ci prova lo stesso. «Quando le mie bambine hanno saputo cosa era successo - spiega Federica Fraschetti, 42 anni, impiegata part time - si sono messe a piangere: "Come faremo adesso" mi hanno chiesto, e poi si sono messe a immaginare qualche altro lavoro che io e mio marito, anche lui dell'Inalfa, potremmo fare. Ma il guaio vero è che lavori in giro non ce ne sono». «Noi ex Spica - aggiunge Massimo Marcucci - abbiamo dovuto fare corsi di riqualificazione ed affrontare un lavoro completamente diverso da quello che facevamo prima, e ci siamo riusciti e bene. E adesso ci ritroviamo con la fabbica chiusa». «E la seconda chiusura che devo affrontare, dopo quella della Cereal Toscana del 2006 - annota Francesco Gambino - e pensare che pensavo di aver trovato finalmente un po' di stabilità per me e la mia famiglia». «La chiusura è una decisione che credo inevitabile - aveva spiegato prima Antonio Mignoni, da gennaio direttore dello stabilimento - il momento di mercato è davero difficile e certe economie di scala inevitabili». Poi è sceso anche lui ed ha partecipato all'assemblea: «Siamo tutti sulla stessa barca» ha commentato un'operaia.
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