Il Tirreno

Livorno

Un uomo da amare

Patrizio Pesce
Un uomo da amare

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Amavo un uomo, e lo amo ancora, poiché solo una volta si ama nella vita. Ricordo di averlo sposato. Ed egli mi fissava, freddo, distante, come una statua greca. Ricambiavo lo sguardo, sofferente, malinconica, innamorata. Al mattino si alzava, si vestiva, si annodava la cravatta e mi guardava. Ed io ero in piedi sul letto, nuda, coperta appena da un velo bianco e gli lanciavo pensieri e speravo risposte. Perché il mio perfetto corpo di donna non lo sapeva apprezzare? Perché non lo attraevano i miei seni rotondi e perfetti? Restavo inerme pensando, riflettendo coperta soltanto dal velo bianco per proteggere le mie vergogne. E lui usciva, mi guardava, e salutava chinando appena il capo. Così ogni volta aspettavo un’ora nella stessa molle posizione, sperando che egli tornasse da me, per me, a darmi anche solo un bacio sulla fronte, sulla nocca della mano. Invano. Invano era il mio aspettare ed il mio sperare; non tornava mai, se non la sera stanco ed impotente. E così lasciò trascorrere un’ora a fissare immobile la porta, finché perdevo ogni speranza e mi alzavo anch’io, ancora nuda, ancora donna. Coprivo i seni con una vestaglia e mi sedevo di fronte al legno di ebano cupo e solitario: scrivevo. Narravo sempre di una donna, che correva ininterrotta in un prato di fiori, con tante testine gialle che accoglievano la molle impronta dei suoi piedi. E questa donna danzava, ed era nuda, e respirava fiori e bevevo aria. Ed ai suoi piedi cadevan silenziose le sue lacrime, raccolte come nutrimento dalla terra fredda. Ed il cielo era terso, con un sole raggiante e fulgido che scaldava la vita. E c’era anche una nuvola, una sola, ed era grigia ed era nera, e stava lì nel suo angolino di cielo, immobile, solitaria, senza utilità alcuna. E guardava. Guardava la donna che correva e piangeva e danzava. E qualche volta scendeva una lacrima di pioggia dal cielo, e nessuno si domandava il perché. Ed io scrivevo per me, per me sola, e per la donna che era in me e che danzava nei miei fogli. Una mattina egli si alzò, ed io non mi svegliai. Aveva intuito il mio segreto, e s’appressò al legno d’ebano cupo e solitario; lesse e pianse lacrime d’amore. Era in me che l’aveva trovato, non nel mio nudo corpo di donna. Singhiozzò e mangiò. Una per una si mise in bocca le mie carte e mandò giù, fino ad esserne saturo, fino ad esserne ucciso. E così mi svegliai, e lo trovai seduto, il capo chino sul legno. Era morto: parole d’amore lo avevano straziato. Ed io lo carezzai, e lo baciai, e lo guardai e sorrisi e piansi silenziosamente. Era morto; io colma d’amore; la donna danzava.

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