Il Tirreno

Livorno

Qui ri(m)piango con gli occhi a terra

Bruno Amore
Qui ri(m)piango con gli occhi a terra

2 MINUTI DI LETTURA





Andava, voltandomi le spalle. Poche parole dette a bassa voce, solo le sue, con gli occhi a terra per non farmeli vedere più, da ora. Giù dalle tegole erano scesi tanti temporali e tenendoci stretti nei sorrisi, la pioggia non poteva che lavare i nostri visi. Qui, su questa cengia che domina il mare, dove dirupano le rocce dentro i flutti, che sembra una sfida tra l’andare e il restare, ci siam visti tante volte e riprovare a trovare un senso al nostro stare insieme. Proprio qui ch’è sempre stato questo, il posto importante della storia, sopra gli scogli e laggiù in fondo, la Meloria: su quei sedili di rugosa pietra, viso al maestrale che violento soffia con le tamerici dietro, a far da paravento, senza dircelo abbiamo amato, e tanto. Era autunno tardo quando l’inverno prova, grigio il cielo fa di piombo il mare e l’onde si frangono alla scogliera, s’alzano spume candide di tulle annegano gli ultimi bagliori nella sera. Piangendo assieme, per ragioni avverse ognuno prese la strada per trovare altrove le cose dell’anima che parevan perse. Ora che non leggo più il calendario vengo a sedermi sulle stesse pietre, allungo l’occhio al mare, alla Meloria, ch’è meno chiara di quanto fosse allora, per via del vento che m’arrossa gli occhi o della bruma di mare che le lenti appanna. Il mare mugghia squassa gli scogli sotto, con quel rumore di tenebra repressa, mi stringo addosso il vecchio cappotto e sento una presenza lieve, sommessa come la lettura a mente d’un breviario, la vedo sorridente abbigliata in bianco che mi regala quel peplo per sudario.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino