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Troppi disoccupati anche qui

Il vescovo Simone Giusti in duomo
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Il vescovo Simone Giusti in duomo

Il vescovo ricorda Ablondi e denuncia: alt alla dittatura del profitto

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 LIVORNO. L'abbraccio della "sua" Livorno a mons. Ablondi è talmente fuori dal comune che non sembra aver fine neanche con la morte: a quasi un mese dalla scomparsa dell'anziano presule che per trent'anni ha guidato la diocesi, la messa per il trigesimo ha riempito il duomo con almeno 600 fedeli. Il vescovo Giusti conferma che gli altri prelati toscani sono rimasti «fortemente colpiti» dal modo così affettuoso con cui la città ha partecipato al funerale.  Il vescovo Giusti ha speso però l'omelia non tanto per tratteggiare la figura di Ablondi quanto semmai per raccoglierne il messaggio di «un altro mondo possibile». E' con questo slancio che il monsignore-architetto ha costruito una delle prediche del suo episcopato forse più "politiche", ovviamente in senso pastorale: altolà alla "dittatura del profitto senza regole". «Questo capitalismo deve crollare, non è il capolinea della storia», sottolinea richiamando il discorso del Papa a Westminster: «Colpa di una finanza senza etica. Senza un'etica forte - aggiunge - tutto è in mano ai padroni del vapore e a pagarne il prezzo sono le fasce più deboli: ci vuole una nuova stagione politica e un nuovo modello di sviluppo».  Non manca il richiamo alla situazione locale: il cataclisma generato dall'avidità amorale di Wall Street che ha come unica bussola il profitto smodato - ribadisce - «la paghiamo anche noi, qui e ora, con i 2.500 posti di lavoro persi a Livorno in pochissimo tempo». Oltre alla polveriera sociale della disoccupazione, c'è anche la miccia accesa dell'intolleranza razziale: e qui non è casuale il riferimento al caso di via dei Mulini. Non solo: occhi puntati anche sull'intenzione di aprire i negozi anche la domenica nella nostra città («come se soldi e consumi fossero l'unico metro al quale tutto deve piegarsi»).  Giusti ricorda con parole durissime gli insegnamenti dei Padri della Chiesa: «Quando uno è molto ricco - afferma - o ha rubato lui o hanno rubato i suoi progenitori prima di lui. Quello che non usi nel tuo armadio, l'hai sottratto ai poveri». Il vescovo ne fa l'occasione per tornare a scagliarsi contro il relativismo etico come la radice dei guai: «Tutti rispettino le regole, tutti siano accolti come fratelli». A giudizio di monsignor Giusti, i problemi nascono da questa volontà di sforbiciare via la dimensione religiosa che impedisce di riconoscersi come «figli di un unico Padre».  Giusti chiama la comunità a dare una svolta al proprio impegno: maggior protagonismo nelle scelte della società («i grandi mistici non sono rimasti con le mani in mano quando il mondo va a ramengo»). Oggi - insiste - siamo tutti «stanchi di una società del benessere che non ti rende davvero felice ma sa solo offrire fuggevoli occasioni di piacere» per stordirsi un po' di fronte ai guai di un presente «sempre meno soddisfacente».  E' un invito a guardare «oltre» che sa molto di ablondiano, pur nelle mille differenze fra i due prelati. Del resto, all'offertorio era stato chiesto che la Chiesa livornese avesse il coraggio di onorare il ricordo di Ablondi «perpetuandone lo stile» facendo di ciascuno un «costruttore di unità». M.Z.

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