Il Tirreno

Livorno

«Non ho mai segregato mio marito»

La stanza dove i finanzieri trovarono Maurizio Monforte
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La stanza dove i finanzieri trovarono Maurizio Monforte

L'imputata si difende in aula: non era più in grado di badare a se stesso

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LIVORNO. «Mio marito segregato in casa? No, non è vero. Lo chiudevo nella sua camera quando restava solo in casa, ma solo perché non era in grado di badare a se stesso». Così Luisa Macchia, 57 anni, imputata insieme al figlio Gianluca Monforte, 23 anni, di sequestro di persona, abbandono di persona incapace e maltrattamenti, ha detto davanti al giudice Beatrice Dani, nel processo che ieri ha vissuto un'udienza ad altissima intensità emotiva. Oltre all'imputata, hanno infatti testimoniato i finanzieri che trovarono, nel novembre 2006, Maurizio Monforte, ex camionista invalido, chiuso nella sua stanza della casa di vicolo delle Lavandaie dove viveva con la famiglia, circondato da sacchi pieni di immondizia e di pannoloni sporchi. «Tutta la casa era in disordine - ha detto Luisa Macchia nel suo esame - perché io mi ero rotta un braccio e non potevo pulirla». La donna ha poi escluso di aver maltrattato il marito, che nel frattempo, nel febbraio del 2009, è morto. «Mai alzato un dito su di lui - ha spiegato - piuttosto io sono stata picchiata spesso da lui e una volta scappai di casa con uno dei miei figli in braccio perché non resistevo ai suoi soprusi e alle sue violenze».  Emerge un quadro di estremo degrado, dalla testimonianza dell'imputata e da quella dei finanzieri che fecero irruzione nell'appartamento e videro che Maurizio Monforte viveva in una stanza chiusa dall'esterno con un paletto. «Ci disse che era chiuso in quella stanza da due anni - hanno detto i militari che si sono alternati rispondendo alle domande del pm Lorenzo Stefani e della difesa - fu felice quando lo liberammo». Degrado sociale e guai economici che si intrecciano e danno il senso di tante vite difficili, una accanto all'altra, di uomini, donne e perfino bambini che entrano nella vicenda a vario titolo.  Non ha parlato l'altro imputato, Gianluca Monforte, perché, come ha spiegato l'avvocato Eloisa Aliotta, che difende tutti e due gli imputati, non avrebbe sostenuto il peso psicologico dell'esame. Del processo faceva parte anche Paolo Aresco, figlio della Macchia nato da un matrimonio precedente, ma la sua posizione è stata definita in udienza preliminare, con una condanna a un anno e mezzo per sequestro di persona e assoluzione da tutti gli altri reati contestati.

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