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Lo strano cocktail del non-quartiere
Juna Goti
Tante case (e un po’ di verde): ma manca un centro di gravità permanente
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LIVORNO. «La Scopaia, così come La Leccia, non è ancora un quartiere: è un aggregato di case che ha bisogno di tempo e di stimoli per formarsi un’identità». Mauro Pardini, pedagogista e psicologo, guarda a queste due distese di palazzi e giardini nate praticamente dal nulla un po’ con la pancia del residente e un po’ con la testa dello studioso.
Quando si prende un grappolo di ettari di campi, ci si costruiscono sopra decine di palazzi e si riempiono velocemente con pezzi (anche molto diversi) di città, ovvio che ci sia sempre materiale per un esperto di umane sorti. «Non è un caso - scherza, ma neppure troppo - che il Comune di Modena si sia avvalso di un pedagogista prima di redigere il nuovo piano regolatore».
Due cose saltano all’occhio facendo un giro tra le strade primaverili della Scopaia. La prima è che forse quello schiacciato tra La Rosa e La Leccia è il quartiere più multi-livornese di Livorno: palazzi popolari (dove si sono trasferiti e continuano ad arrivare interi scampoli sociali di Corea, Shangai e Garibaldi), case a canone concordato per giovani coppie, aree in mano alle coop casa e appartamenti privati. L’altra riguarda quella struttura “a cortile” che se, da un lato, può avere aiutato i residenti a ritrovare un certo e prezioso senso di comunità, dall’altro ha alzato decine di barriere in un contesto già estremamente frammentato.
«La Leccia - dice Pardini - è un quartiere aperto e centrato: bene o male tutte le strade tendono verso un punto, che è quello dei servizi dove dovrebbe nascere anche una piazzetta. Alla Scopaia, invece, tutti i palazzi sono chiusi sui cortili. L’area è tagliata da grandi direttrici che in realtà non portano da nessuna parte (o almeno non in un vero centro di aggregazione) e l’unica strada dove ci sono negozi e un piccolo parco attrezzato è via Inghilterra».
Non regge più la cultura del cortile, parola del pedagogista che è anche vicino di quartiere. «Nella Corea di qualche anno fa - aggiunge - i cortili erano uno strumento educativo con una doppia valenza: esercitavano funzione di controllo e protezione, e rappresentavano, soprattutto per i più piccoli, lo spazio su cui si affacciava tutto il loro mondo. Erano i confini che delimitavano il futuro e che solo l’azione educativa poteva allargare».
Sia chiaro, per molti raggiungere i palazzi nuovi e circondati dal verde e dai fiori della Scopaia è stata quasi una conquista: «Ma riprodurre i cortili, per di più calati in un contesto diverso, è stato un errore. Forse per cercare l’effetto comunità si è ottenuto il risultato contrario: una società divisa in sacche e settori». Frontiere invisibili: fatte di persone che occupano spazi vicini senza guardarsi granché.
Per capire cosa sia davvero l’effetto cortile basta fermarsi per un paio di minuti nell’immenso spiazzo verde che abbraccia la chiesa ancora in costruzione: da qui si possono vedere tutte le strade principali della Scopaia, eppure non si ha mai la sensazione di trovarsi veramente al centro del quartiere.
«Forse perché - interviene Pardini - un centro vero e proprio non esiste. In realtà un po’ tutto oggi è periferia: nelle città (e non solo nei rioni di nuova costruzione) non esiste più un centro dove ci si incontra, si discute, si prendono decisioni. Oggi esistono internet, le multinazionali e i grandi centri commerciali: la nostra, per dirla alla Marc Augé, è la società dei non luoghi. E anche la Scopaia è in un certo senso un moderno “non luogo”». L’analista sociale ricorda che il quartiere è stato per anni «senza la chiesa, le sezioni di partito, perfino la farmacia. Tutti spazi che comunque nella nostra società non rappresentano più i principali centri di aggregazione».
Cosa manca allora? «Un altro “Todo Modo”, per esempio», dice facendo riferimento al centro di aggregazione “inventato” a Salviano. Oppure: «Un centro civico con una ludoteca per i più piccoli e un’area riservata ai ragazzi. Insomma, serve un punto di aggregazione che sia per tutti, gestito da persone formate all’ascolto. Altrimenti il quartiere resta quello che è: un luogo da raggiungere la sera dopo il lavoro, per mangiare, dormire e al massimo fare un po’ di jogging».
La Leccia, almeno da questo punto di vista, sembra un passo avanti: «Ha uno storico centro anziani, una ludoteca e soprattutto la scuola. Lo dico da pedagogista, ma anche da psicologo: è a scuola che i bambini imparano a vedere altri mondi oltre al loro. E’ solo a scuola che si può sperare di risolvere quei conflitti sociali che inevitabilmente si vengono a creare all’interno di un quartiere estremamente variegato e nato dal nulla come la Scopaia».
Quando si prende un grappolo di ettari di campi, ci si costruiscono sopra decine di palazzi e si riempiono velocemente con pezzi (anche molto diversi) di città, ovvio che ci sia sempre materiale per un esperto di umane sorti. «Non è un caso - scherza, ma neppure troppo - che il Comune di Modena si sia avvalso di un pedagogista prima di redigere il nuovo piano regolatore».
Due cose saltano all’occhio facendo un giro tra le strade primaverili della Scopaia. La prima è che forse quello schiacciato tra La Rosa e La Leccia è il quartiere più multi-livornese di Livorno: palazzi popolari (dove si sono trasferiti e continuano ad arrivare interi scampoli sociali di Corea, Shangai e Garibaldi), case a canone concordato per giovani coppie, aree in mano alle coop casa e appartamenti privati. L’altra riguarda quella struttura “a cortile” che se, da un lato, può avere aiutato i residenti a ritrovare un certo e prezioso senso di comunità, dall’altro ha alzato decine di barriere in un contesto già estremamente frammentato.
«La Leccia - dice Pardini - è un quartiere aperto e centrato: bene o male tutte le strade tendono verso un punto, che è quello dei servizi dove dovrebbe nascere anche una piazzetta. Alla Scopaia, invece, tutti i palazzi sono chiusi sui cortili. L’area è tagliata da grandi direttrici che in realtà non portano da nessuna parte (o almeno non in un vero centro di aggregazione) e l’unica strada dove ci sono negozi e un piccolo parco attrezzato è via Inghilterra».
Non regge più la cultura del cortile, parola del pedagogista che è anche vicino di quartiere. «Nella Corea di qualche anno fa - aggiunge - i cortili erano uno strumento educativo con una doppia valenza: esercitavano funzione di controllo e protezione, e rappresentavano, soprattutto per i più piccoli, lo spazio su cui si affacciava tutto il loro mondo. Erano i confini che delimitavano il futuro e che solo l’azione educativa poteva allargare».
Sia chiaro, per molti raggiungere i palazzi nuovi e circondati dal verde e dai fiori della Scopaia è stata quasi una conquista: «Ma riprodurre i cortili, per di più calati in un contesto diverso, è stato un errore. Forse per cercare l’effetto comunità si è ottenuto il risultato contrario: una società divisa in sacche e settori». Frontiere invisibili: fatte di persone che occupano spazi vicini senza guardarsi granché.
Per capire cosa sia davvero l’effetto cortile basta fermarsi per un paio di minuti nell’immenso spiazzo verde che abbraccia la chiesa ancora in costruzione: da qui si possono vedere tutte le strade principali della Scopaia, eppure non si ha mai la sensazione di trovarsi veramente al centro del quartiere.
«Forse perché - interviene Pardini - un centro vero e proprio non esiste. In realtà un po’ tutto oggi è periferia: nelle città (e non solo nei rioni di nuova costruzione) non esiste più un centro dove ci si incontra, si discute, si prendono decisioni. Oggi esistono internet, le multinazionali e i grandi centri commerciali: la nostra, per dirla alla Marc Augé, è la società dei non luoghi. E anche la Scopaia è in un certo senso un moderno “non luogo”». L’analista sociale ricorda che il quartiere è stato per anni «senza la chiesa, le sezioni di partito, perfino la farmacia. Tutti spazi che comunque nella nostra società non rappresentano più i principali centri di aggregazione».
Cosa manca allora? «Un altro “Todo Modo”, per esempio», dice facendo riferimento al centro di aggregazione “inventato” a Salviano. Oppure: «Un centro civico con una ludoteca per i più piccoli e un’area riservata ai ragazzi. Insomma, serve un punto di aggregazione che sia per tutti, gestito da persone formate all’ascolto. Altrimenti il quartiere resta quello che è: un luogo da raggiungere la sera dopo il lavoro, per mangiare, dormire e al massimo fare un po’ di jogging».
La Leccia, almeno da questo punto di vista, sembra un passo avanti: «Ha uno storico centro anziani, una ludoteca e soprattutto la scuola. Lo dico da pedagogista, ma anche da psicologo: è a scuola che i bambini imparano a vedere altri mondi oltre al loro. E’ solo a scuola che si può sperare di risolvere quei conflitti sociali che inevitabilmente si vengono a creare all’interno di un quartiere estremamente variegato e nato dal nulla come la Scopaia».
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