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Dubbi su una traccia radar
Luciano De Majo
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Il procuratore Francesco De Leo fra i sostituti Antonio Giaconi e Carla Bianco Una barca lasciò a tutta velocità il luogo dell'incidente
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LIVORNO. C'è ancora un dubbio negli inquirenti su quello che accadde la notte della tragedia del Moby Prince. «Una traccia radar - dice il procuratore De Leo - forse un natante, che si allontana a fortissima velocità nell'imminenza della collisione». «Una quarantina di nodi l'ora, verso sud ovest», aggiunge Carla Bianco, uno dei tre magistrati che ha lavorato all'inchiesta-bis insieme ai colleghi Antonio Giaconi e Massimo Mannucci. E' questo, forse, uno dei punti che rimangono ancora da chiarire nella ricostruzione effettuata dalla Procura, che ha chiesto l'archiviazione dell'indagine. Una richiesta alla quale si opporranno, probabilmente, alcuni dei familiari delle vittime: quelli rappresentati dall'avvocato Carlo Palermo, dalla cui istanza era stata riaperta l'inchiesta. «Non è una sentenza, toccherà al gip decidere se tutto si ferma qui o no», dice Angelo Chessa, figlio di Ugo, il comandante del traghetto, lasciando intendere che l'opposizione è tutt'altro che lontana. Critiche dirette personalmente a Chessa gli inquirenti non ne rivolgono. Ma certo, quando scrivono che una causa della tragedia è «individuabile in una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza, della plancia del Moby Prince», dicono molto. Così come quando affermano che il traghetto viaggiava senza essere in condizioni di piena sicurezza: gli sprinkler antincendio che non funzionavano, la radio con problemi di amplificazione. «Questo non vuol dire che abbiamo accertato responsabilità penali a carico dell'armatore», precisa il sostituto procuratore Massimo Mannucci. Per la Procura, però, la manomissione del timone del Moby pochi giorni dopo la tragedia fu un tentativo di distrarre l'attenzione dalle reali carenze del traghetto, forse per coprire le responsabilità dell'ispettore della compagnia armatrice. Gli inquirenti hanno sottolineato che questa tragedia è stata un grande incidente sul lavoro, ma non se la sono sentita di contestare il "dolo eventuale" come la Procura di Torino ha fatto per l'incidente della Thyssen Krupp, sotto accusa per omicidio volontario. Avrebbero potuto farlo, hanno scritto, se vi fosse stato un incendio con morti non a bordo di una nave passeggeri «ma di una nave cisterna adibita al trasporto di sostanze altamente infiammabili con precedenti accertati quanto al verificarsi di incidenti di quel tipo». Da una parte, dunque, l'errore umano e una buona dose di sfortuna nelle conseguenze della collisione. Dall'altra la nebbia. Ecco le cause dell'incidente individuate dalla Procura. Non l'esplosione. «Non ci fu nessuna bomba», dicono gli inquirenti, ma solo una deflagrazione da miscela di idrocarburi. Parola di Ian Cullins, il superesperto inglese che ha lavorato sul caso Lockerbie, ingaggiato dai magistrati livornesi per il Moby.
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