Il Tirreno

Livorno

Il primo partito? Il non-voto

Mauro Zucchelli
<strong>ELEZIONI.</strong> Via alle operazioni di spoglio dei voti da parte degli scrutatori
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ELEZIONI. Via alle operazioni di spoglio dei voti da parte degli scrutatori

Basta parlare di voti in percentuali ed ecco che il problema è risolto: il Pdl perde per strada quasi metà del suo elettorato rispetto alle europee di un anno fa (10mila su 23mila) eppure in percentuale la batosta è del 5%, il Pd scende da 42mila a quasi 36mila voti ma in percentuale cresce di un paio di punti

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LIVORNO. Basta parlare di voti in percentuali ed ecco che il problema è risolto: il Pdl perde per strada quasi metà del suo elettorato rispetto alle europee di un anno fa (10mila su 23mila) eppure in percentuale la batosta è del 5%, il Pd scende da 42mila a quasi 36mila voti ma in percentuale cresce di un paio di punti, l'Idv con appena 600 voti in più conquista un trionfo leggendario, un po' come la Lega che incamera qualche scheda in più ma fa un balzo percentuale mentre la lista rosso-verde lascia sul terreno quasi duemila consensi ma può sorridere. L'elenco potrebbe comprendere tutti i partiti.  In realtà, se un partito ha dominato la scena è quello che non c'è: il non-voto. Non si potrà configurare come un sentimento unico e una opzione omogenea ma il puzzle mostra caratteristiche talmente forti che qui da noi sono inedite. Non solo nella quantità (delle percentuali) ma anche nella distribuzione geografica (di seggio in seggio, di quartiere in quartiere).  E' solo guardando al numero delle schede anziché all'astrattezza delle percentuali che ci si accorge quanto forte sia stata l'esplosione dell'astensionismo. Un esempio? Se per pura curiosità misurassimo il consenso sul numero degli elettori invece che su quello dei voti validi, ecco che il maggior partito cittadino, il Pd, non avrebbe ottenuto neanche il 23% (contro il 31,2% delle europee 2009). E il Pdl? Le 13mila schede totalizzate non rappresenterebbero nemmeno il 10% dell'elettorato (rispetto al 17,1% di dideci mesi fa nel voto per l'Europarlamento).  E' solo un gioco post-elettorale (ma neanche troppo): salta fuori che il non-voto è non soltanto il primo partito ma è la scelta - per pigrizia, per disgusto, per sfiducia, per qualunquismo, per strategia politica o chissà cos'altro ancora - che riguarda la metà dell'elettorato.  Non va dimenticato che in ben 35 seggi il numero dei non votanti sorpassa quelli di quanti sono andati a mettere la scheda nell'urna elettorale. Praticamente uno su cinque. Dove li troviamo? Non immaginatevi le zone del ceto medio e dell'elettorato di opinione. Al contrario, il riferimento è a zone dove l'insediamento è (o è stato) tradizionalmente di centrosinistra e, spesso, guardando più lontano, Pci. Di cosa parliamo? Sono sei i seggi del quartiere Venezia che rispondono a questo identikit, sette in zona Ovosodo, due nel rione San Marco, tre in zona Magenta-Origine, due a Shangai e altrettanti sia a Fiorentina che in zona Garibaldi, uno alla Leccia, cinque in centro e via enumerando.  Ma questo stock di seggi in cui l'astensione supera il 50% aumenta di altri cinque seggi se mettiamo nel conto anche le schede bianche e nulle (oltre 1.600).

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