Il Tirreno

Livorno

STORIE DI VITA

In carcere 9 mesi, era innocente«E ora ho perso il lavoro»

Luciano De Majo
Hector Aguirre
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Hector Aguirre

Hector Aguirre ha 33 anni. Del Perù, il paese dov'è nato e dove ha vissuto fino a sei anni fa, ricorda praticamente tutto. Ma ormai la sua vita è qui, a Livorno. «Ci vivo dal 2003, quando raggiunsi mia moglie che era già arrivata in Italia», racconta, pensando a quando lui rimase in Sudamerica col figlioletto

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LIVORNO. Hector Aguirre ha 33 anni. Del Perù, il paese dov'è nato e dove ha vissuto fino a sei anni fa, ricorda praticamente tutto. Ma ormai la sua vita è qui, a Livorno. «Ci vivo dal 2003, quando raggiunsi mia moglie che era già arrivata in Italia», racconta, pensando a quando lui rimase in Sudamerica col figlioletto. Quando lui salì sull'aereo che lo portava in Italia il bambino aveva tre anni. Poi, finalmente, la famiglia ritrovò la sua unità, quando Hector, fra mille sacrifici, tornò in Perù per prenderlo.

Meno di un anno fa a Hector è capitata una disavventura dolorosa: è stato arrestato all'aeroporto di Fiumicino, con l'accusa di traffico internazionale di droga, perché in una valigia che viaggiava insieme alla cognata che lui era andato a prendere, c'era un libro con le pagine imbevute di cocaina. Un bagaglio destinato a un altro peruviano che viveva a Livorno e al quale Hector l'avrebbe portato. Hector Aguirre è stato arrestato e portato al carcere delle Sughere, dove è rimasto per nove mesi, pur professandosi totalmente innocente. «Io con la droga non ho mai avuto a che fare - assicura - sono un peruviano come tutti gli altri. Magari mi piace bere un bicchere di birra, ma la cocaina proprio no». Al processo i giudici gli hanno dato ragione, assolvendolo pienamente, mentre hanno condannato il connazionale al quale l'ormai famigerato libro alla coca era diretto.

Oggi lui vuole ringraziare - anche se può sembrare paradossale - la giustizia italiana e tutti coloro che ha incontrato in carcere. «Ho avuto a che fare con persone straordinarie - racconta - che mi hanno aiutato a superare una situazione difficilissima: gli agenti e gli ispettori di polizia penitenziaria, gli psicologi, i volontari delle associazioni che frequentano il carcere, il prete con il quale ho parlato diverse volte». La fede è stata molto importante in tutta la vita di Hector («Se non avessi incontrato mia moglie, oggi forse sarei un sacerdote»), che ancora oggi si commuove a pensare ai momenti più duri: «Ho pregato tanto, tantissimo».

Prima dell'arresto, Hector Aguirre lavorava come domestico (ma forse sarebbe più giusto dire come uomo tuttofare) nell'abitazione di una famiglia livornese. «Gente che mi ha sempre stimato - dice Hector - e che ha sempre creduto in me. Figuriamoci che quando partivano per le vacanze, mi davano le chiavi di casa e volevano che io dormissi lì, per custodire l'appartamento. Solo che nove mesi sono stati troppi anche per loro, hanno dovuto assumere un'altra persona che non possono certo licenziare. Quindi io mi trovo, adesso, senza il mio lavoro. Mia moglie lavora, ma io no. Ed è difficile tirare avanti con un figlio di dieci anni». Chi conosce Hector lo descrive come un lavoratore infaticabile, una persona dotata di capacità manuali non comuni e della quale potersi fidare davvero.

«Io qui mi sono sempre trovato bene - dice lui - e ho sempre rispettato coloro che ho incontrato. Adesso che ho superato questa fase terribile, nella quale ho avuto tanta paura, sono anche disposto ad aiutare chi è in carcere. Credetemi, stare là dentro non è facile per nessuno: né per i detenuti, né per gli agenti di polizia penitenziaria che ogni giorno ci vanno per lavoro. Ecco perché dico che è giusto dare una mano. Io, se qualcuno mi vuole, sono pronto a fare il volontario per far vivere meglio i detenuti». La brutta avventura dietro le sbarre fa già parte del passato. La prima battaglia da vincere è quella per ritrovare il lavoro, sempre più difficile in tempi di crisi come questo.

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