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Terreni d’oro, dodici indagatifatture false per la tangente

Cristiano Meoni
Terreni d’oro, dodici indagatifatture false per la tangente

C’è un nuovo filone nell’inchiesta sui cosidetti “terreni d’oro” acquistati dall’Autorità Portuale fra il 2003 e il 2004 a prezzi gonfiati. Dodici gli indagati, fra cui dieci membri della famiglia Veroni, proprietaria dell’area di Collesalvetti venduta alla Port Authority. L’ipotesi è che siano state emesse fatture false in tutto o in parte per un importo di 1 milione e mezzo che servivano a mascherare i compensi al perito Canessa e all’ex segretario dell’Authority Beccani

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LIVORNO. L'inchiesta sui terreni d'oro comprati tra il 2003 e il 2004 dall'Autorità Portuale a prezzi gonfiati coinvolge anche i venditori delle aree. Sono 12 gli indagati in un nuovo filone d'inchiesta che è originato dal principale. Si tratta di dieci membri della famiglia Veroni - uno, Paolo Veroni, è deceduto - dell'ingegner Roberto Canessa, consulente dell'Autorità Portuale nell'acquisto delle aree, e di sua moglie Elisabetta Lorini. Andrea Veroni è indagato per evasione d'imposte e falso ideologico in atto pubblico e falso; Alessio Veroni, Agostino Veroni e Annalisa Veroni per evasione d'imposte; Bruno Veroni e Duilio Veroni per falso ideologico in atto pubblico e falso in scrittura privata; Maria Grazia Bardocci, moglie di Bruno Veroni, e Maria Grazia Bastiani, moglie di Paolo, per falso ideologico in atto pubblico. Roberto Canessa e Elisabetta Lorini sono indagati per false fatturazioni.

Carte false. Secondo il nucleo di polizia tributaria della Finanza, che opera su delega della Procura, Canessa e la moglie avrebbero emesso fatture a carico della Lino Veroni srl relative a prestazioni in tutto o in parte inesistenti. Una montagna di carte false per giustificare il pagamento di 1 milione e 500 mila euro al professionista, soldi che altro non sarebbero che un compenso per la vendita dell'area di Collesalvetti di proprietà della Veroni all'Autorità Portuale. Si consideri che Canessa era perito di parte dell'Authority e da essa ben retribuito (588mila euro). Ma, stando a quanto ha scoperto la Finanza, sarebbe stato pagato anche dal venditore.

Prezzi raddoppiati. L'impianto accusatorio dell'inchiesta ruota sul fatto che almeno due delle aree acquistate dall'Authority (Veroni e Montefiori) sono state pagate quasi il doppio del loro reale valore in virtù di stime fatte dai periti nominati dal tribunale o incaricati dall'Autorità Portuale (Del Ghianda e Canessa). I venditori, riconoscenti per il lauto incasso, avrebbero girato una parte del surplus a Canessa che avrebbe poi ricompensato l'ex segretario della Port Authority Beccani dalle cui mani è transitata l'operazione. Secondo la Finanza, a Canessa sarebbero arrivati 2,6 milioni e a Beccani 510mila euro.

Nuovo filone. L'inchiesta principale conta sette indagati. Ma è da qualche mese che gli uomini delle Fiamme Gialle hanno messo gli occhi anche sui venditori delle aree. E da una verifica alla Lino Veroni srl sono emerse non solo irregolarità fiscali, dei quali sono chiamati a rispondere i sottoscrittori di un atto di cessione di quote fra membri della famiglia Veroni.

Quel fax di Canessa.
Sono spuntate anche sette fatture sospette, emesse dalla Veroni a favore di Canessa o di società a lui riconducibili. Attestano lavori che sono stati disconosciuti da chi li avrebbe effettuati (Sani) e retribuiscono «ricerche di mercato nei Paesi dell'Est» che i finanzieri ritengono «fantomatiche». Quasi mai è rimasta traccia delle prestazioni che sarebbero state rese da Canessa. Il quale ha cercato di giustificarsi così in un fax esibito da Andrea Veroni ai finanzieri alcuni mesi dopo la verifica fiscale: «Andrea, come promesso ho cercato nei miei archivi quel materiale che mi avevi richiesto. Ti premetto che un bel po' di roba l'avevo data a babbo quando avevate in corso la verifica in azienda. Tutti gli originali ve li avevo già consegnati».

La frase cancellata. Una montagna di fatture che, secondo la Finanza, «celavano il compenso da corrispondere a Canessa» e «servivano a non rendere collegabile l'incasso di 1 milione e mezzo di euro alla cessione dell'area di Collesalvetti». Ad avvalorare il sospetto una nota, cancellata a penna ma leggibile, in un verbale della Veroni del 31 ottobre 2003. Recita che «l'onere di intermediazione è pari a 1 milione e mezzo», la somma esatta al centesimo degli importi delle sette fatture contestate.

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