Il Tirreno

Livorno

LA MIA LIVORNO DARIO BALLANTINI

E Valentino prese il pennello

Dario Ballantini davanti ad uno dei suoi quadri
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Dario Ballantini davanti ad uno dei suoi quadri

Una, dieci, cento facce. Quando interpreta i suoi personaggi muovendosi con rapidità e naturalezza, una gag dopo l'altra, preparate per tempo ma anche improvvisate sul momento, il livornese Dario Ballantini, straordinario fantasista, inviato-imitatore di "Striscia la notizia" - approdato al grande pubblico nei panni dello stilista Valentino

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Una, dieci, cento facce. Quando interpreta i suoi personaggi muovendosi con rapidità e naturalezza, una gag dopo l'altra, preparate per tempo ma anche improvvisate sul momento, il livornese Dario Ballantini, straordinario fantasista, inviato-imitatore di "Striscia la notizia" - approdato al grande pubblico nei panni dello stilista Valentino e diventato poi con il tempo l'incubo ma anche l'orgoglio di molti personaggi pubblici, che ritengono un onore farsi imitare e prendere in giro da lui - si diverte come un bambino a cui è stato regalato da poco il giocattolo preferito. Ma sotto il trucco, tolta la maschera, ridiventa un uomo di 45 anni. Li ha compiuti il 13 ottobre.

Finita l'esibizione estrae dalla valigia dei trucchi la sua normalità, ma anche il lato di sé meno noto al grande pubblico: quello di pittore geniale.

La sua ultima mostra alla Triennale di Milano rivela tutte le facce di Dario Ballantini: «Sono felice. E' la mia prima grande esposizione e sta andando benissimo».

Perché l'ha intitolata "Identità artefatte"?
«Si tratta di un gioco di parole: artefatte sta a significare "fatte ad arte", ma anche "camuffate". Io in tv mi camuffo da anni nell'imitazione. Mentre identità è il tema che unisce la personalità moltiplicata in tanti personaggi, ma riguarda anche ciò che voglio esprimere nei miei quadri, cioè l'alienazione e la mancanza di identità».

Nell'esposizione artistica e multimediale, il pubblico può ammirare gratuitamente non solo tutti i suoi dipinti, ma anche tante sue trasformazioni. Un regalo questo che ha voluto fare ai fan, ma anche a se stesso per il 45º compleanno?
«Di sicuro una grande soddisfazione. Nella mostra ho raccolto tutti i miei disegni, dai quaderni con gli schizzi infantili agli ultimi quadri. A trovarmi sono venuti tanti personaggi, da Lucio Dalla ad Antonio Ricci, da Enrico Mentana a Remo Girone: ma anche alcuni amici livornesi come Nino Pellegrini, bravissimo contrabbassista - era il mio chitarrista quando facevo il cabaret - che si è esibito sul posto per l'occasione».

Del Ballantini trasformista sappiamo abbastanza ma del pittore conosciamo pochissimo. A quanti anni ha cominciato a dipingere?
«Da piccolissimo. Sono più quarant'anni che mi diletto con pennelli e colori».

Anche la comicità è emersa in lei ai tempi dell'infanzia?
«Pittura e comicità sono sempre andate di pari passo. Quando ero bambino mi divertivo a far ridere la gente intorno a me e disegnavo su ogni foglio a disposizione».

La sua del resto è una famiglia di artisti.
«Ho respirato arte da quando sono nato. Da una parte mio padre e i miei zii dipingevano - uno fra l'altro è un bravissimo macchiaiolo - dall'altra mio nonno faceva l'attore in una compagnia amatoriale e avevo anche uno zio tenore...».

Come scuola, dopo le medie, ha scelto il liceo artistico sperimentale, dando la precedenza alla pittura.
«La mia prima mostra l'ho fatta nel 1986».

Poi però il suo impegno nella comicità le ha fatto mettere da parte per un periodo pennelli e colori.
«Solo per un po', quando ho iniziato a lavorare seriamente come attore, ma poi ho ripreso con ancora più entusiasmo».

E' vero che dipinge solo di notte?
«Sì. Quando tutti dormono, nel silenzio, senza il telefono che squilla, mi sento più ispirato».

Ricorda il suo primo disegno?
«Risale ai tempi delle elementari: ritraeva dei cortei di protesta in bianco e nero con delle bandiere rosse».

Invece il suo primo quadro quando lo ha fatto?

«Ai tempi del liceo artistico. Si trattava di una figura blu appoggiata al muro, con un grande occhio sopra, molto angosciante. Tanto che uno dei miei professori ne rimase colpito e mi disse: Ballantini, finalmente vedo cos'hai dentro».

Nei suoi dipinti emerge spesso il rosso, che lei applica sulle bocche carnose dei personaggi che ritrae. Ha una predilezione particolare verso questo colore?

«Lo uso spesso, mi attrae, rappresenta l'amore, ma anche il dolore, le ferite».

I personaggi dei suoi quadri sembrano inquieti. Anche lei lo è?
«L'inquietudine mi accompagna da sempre, così come la timidezza».

Timido Dario Ballantini? Non si direbbe.
«Quando affronto il pubblico sono nascosto da una maschera. Ma se la tolgo esce il vero Dario, che è timidissimo».

Torniamo alla pittura. Il clima di Livorno, città artisticamente legata ai macchiaioli, ha influenzato la sua arte?
«Dalle mie origini artistiche livornesi ho appreso soprattutto la tecnica e la freschezza».

Lei ha tre figli. Dipingono e sono comici come il padre?
«Ilaria, che ha 12 anni è una divoratrice di libri, Nedo che ne ha 8 disegna benissimo e il piccolino, Deleo di 4 anni, si diverte a fare le smorfie appena ha un pubblico».

Loro abitano a Livorno e lei, che di solito si sposta da Milano a Roma, quante volte viene nella nostra città?
«Appena posso, anche per stare con i ragazzi, che ho voluto far vivere in un ambiente più tranquillo, come nonostante le tante lacune, è ancora Livorno».

Una città colorata come i suoi ritratti, pieni di livornesità in ogni pennellata.
«La livornesità è più presente in quello che ha lasciato a Livorno Modigliani. Io amo un altro tipo di pittura, però ho vissuto fra la pittura macchiaiola, un po' di quel genere mi è rimasto dentro: non condivido le tematiche ma la pennellata sì. Anche grazie a Giancarlo Cocchia, che ho avuto come maestro e che era un espressionista».

Che cosa le è rimasto nel carattere di labronico?
«L'autocritica. I livornesi sono molto critici e io la critica me la sono riversata addosso. Così come la faccia tosta, anche se la mia è una faccia tosta mascherata».

La gestualità livornese l'ha aiutata nel suo trasformismo?
«Solo per imitare alcuni personaggi toscani: quando ho imitato Margherita Hack che è fiorentina, l'ho trasformata in perfetta livornese».

Qual è il personaggio nei cui panni le piacerebbe entrare?
«Ho fatto solo una volta il presidente Napolitano e vorrei ripeterlo ancora, anche se la sua imitazione ha dei problemi di trucco. Volevo anche camuffarmi in Maldini, ma dopo alcune prove mi sono accorto che ci aveva già pensato molto bene Teo Teocoli e ho lasciato perdere».

Lo stilista di moda Valentino è il suo cavallo di battaglia. L'ha conosciuto?
«Di sfuggita. E' molto riservato».

Da lui ha avuto critiche o lodi?
«Critiche no. So però che alterna momenti in cui si diverte ad altri nei quali è un po' irritato: ma questo dopo 12 anni di imitazione mi sembra più che normale».

Ha dichiarato spesso di aver preso, durante la sua gavetta, tante porte in faccia, ma di essere sempre andato avanti per la sua strada. Dei livornesi dunque lei ha anche la tenacia.
«Sì, ma se non avessi avuto accanto una persona come Massimo Licinio, oggi mio socio e agente, che mi incoraggiava a perseverare nonostante tutto, non so ce l'avrei fatta a superare gli ostacoli. Anche se oggi finalmente, con la mostra milanese e il successo che ne è derivato, sto raccogliendo in pieno i frutti della mia cocciutaggine».

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