Il Tirreno

Livorno

Sopracciglia fragili

Scardino e quel pugilato in prima linea

Mario Orsini
Scardino e quel pugilato in prima linea

Un mito. Una leggenda vivente. Sessant’anni di boxe vissuti in prima linea. Come pugile, allenatore, istruttore e organizzatore. Al nome di Piero Scardino, 85 anni ben portati, sono legati aneddoti, episodi, di un pugilato eroico, d’altri tempi e in qualche caso da guinness dei primati

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LIVORNO. Un mito. Una leggenda vivente. Sessant’anni di boxe vissuti in prima linea. Come pugile, allenatore, istruttore e organizzatore. Al nome di Piero Scardino, 85 anni ben portati, sono legati aneddoti, episodi, di un pugilato eroico, d’altri tempi e in qualche caso da guinness dei primati.  Sopracciglia fragili. «Una volta in una settimana ho disputato tre incontri tra i professionisti, al limite delle dieci riprese». Racconta di un pugilato affrontato a viso aperto, da “guerriero”, incurante del dolore e al limite dell’incoscienza: «Avevo le sopracciglia un po’ fragili. Però a lasciarle rimarginare per bene dopo che me le ero spaccate non ci pensavo nemmeno». Suoi allievi sono stati Franco Nenci, Mario Sitri, Luigi Tassi, Luciano Guerrini, Mario Rosellini, Fulvio Fiori, Piero Freschi, Pini, D’Orto, Ballerini, Restano, Mataresi, Remo Golfarini e tanti altri. «Difficile ricordarli tutti». Negli ultimi scorci di carriera guida, dall’angolo, anche Romano Fanali: «In Spagna quando ha combattuto e vinto, purtroppo senza titolo in palio, contro il campione del mondo Fernandez c’ero io. Per la mia attività ultradecennale d’allenatore, anche della Nazionale, ho ricevuto la medaglia d’onore dalla Federazione pugilistica». Dal comune di Livorno per meriti sportivi, invece, la possibilità di poter gestire il bar della piscina comunale, a due passi dal vecchio Palazzetto dello sport, nel quale dal giorno della sua inaugurazione (8 settembre 1960) fu ospitata dopo tanto girovagare, la sua adorata APL, acronimo di Associazione Pugilistica Livornese.  Organizzatore. A ricordare la sua intensa e irripetibile parabola sportiva, nella bella casa di via Goito, ci sono tanti cimeli e foto appese un po’ ovunque. Tra questi troneggia un quadro del pittore Sircana nel quale Piero è ritratto come pugile. Un quadro cui tiene molto. Anche come organizzatore ha lasciato il segno mettendo in piedi a Livorno diversi campionati italiani e allestendo una infinità di riunioni pugilistiche. «Stadio Comunale, Odeon, Politeama, Lazzeri, Moderno, Arena Astra, le sedi più gettonate».  Oltre 200 match. Piero Scardino inizia a frequentare la palestra dell’APL, a 15 anni. È il 1938 e la seconda guerra mondiale è dietro l’angolo. Fisico minuto, ma forte come una quercia e con un coraggio da vendere, combatte prima nei pesi gallo (54 kg) poi nei puma (57 kg) e poi, quando la carriera è ormai agli sgoccioli, nei leggeri (60 kg). Da “puro”, o se vogliamo da dilettante, in cinque anni d’attività sale sul ring oltre un centinaio di volte: «Quando mi veniva chiesto non sapevo dire di no». Incrocia i guantoni, facendo sempre la sua bella figura pure con pugili importanti. Boxer diventati poi autentiche star del mondo dei professionisti: «I futuri campioni d’Europa Rino Cesarani e Ferracin». Il più forte di tutti? «Nessun dubbio Gino Bondavalli, di Reggio Emilia, campione d’Europa. Un grandissimo». Da “prof” rimane sulla breccia dodici anni. Fino al 1955. Molti dei quali passati in Francia, a Parigi: «Abitavo vicino alla torre Eiffel. Il mio manager era Angelo Colella, un uomo che mi voleva bene. A quel periodo sono legati anche match importanti. Ho combattuto nel sottoclou di campioni come Robinson e Marcel Cerdan, che tra l’altro è stato anche marito di Edith Piaf».

Complessivamente disputa più di duecento incontri. A trentadue anni, quando è ancora integro e come atleta potrebbe dare ancora molto dice basta. A mettere una “buona parola” in questa decisione è la moglie Teresa Cimò, una signora arrivata dalla Sicilia ma con le idee chiare: «Gli ho detto chiaro e tondo che era l’ora di smettere: doveva scegliere tra me e il pugilato e non ebbe dubbi».  Di padre in figlio. Tra i suoi allievi prediletti, non poteva essere altrimenti, c’è stato il proprio figlio Alessandro, oggi 41enne. Un ragazzo davvero in gamba con una bella serie di record, in un momento in cui l’APL, siamo agli inizi degli anni Ottanta, con Romano Nelli presidente, rinverdisce i fasti di un tempo. A ricordarne qualcuno è lo stesso Nelli: «In quattro anni abbiamo conquistato cinque titoli tricolori. Con Mirko Galvagno nei novizi B. Con Learco Giannelli nei novizi A. Con Luca Ponzuoli, per tanti Bufalo, un soprannome che gli piace, anche lui nei novizi B. Inoltre con Edoardo Gabriellini, noto anche come attore in Ovosodo, abbiamo vinto i Giochi della Gioventù. Infine con Alessandro Scardino, un ottimo peso welter, a Roseto degli Abruzzi, vincemmo il tricolore dilettanti prima serie».  Ma torniamo a Scardino junior: «Bruciando le tappe, a sedici anni è già in Nazionale. Con la maglia azzurra disputa 27 incontri.

Tra questi quello, perso ai punti 4-1, con il cubano Espinoza a S. Domingo, nell’83. Un pugile che a l’Havana ha già un monumento come Stevenson. Alessandro è inoltre assoluto protagonista in tanti tornei internazionali. Il più importante sempre nel 1983 in Germania nel quale è stato battuto dalla medaglia d’oro Olimpica il polacco Kazmaik». Nel 1988, a soli 22 anni, approda al modo dei professionisti, nella scuderia di Rocco Agostino. «Complessivamente disputa nove incontri con un bilancio esaltante di otto vittorie e un pari». Quando il match con il titolo italiano è ormai dietro l’angolo dice basta. «Non avevo più stimoli. Combattevo raramente. Se c’era ancora babbo all’angolo sicuramente avrei ottenuto di più. Un record però è mio. In Italia non ho mai perso con un pugile italiano». In casa Scardino c’è anche l’altro figlio Giuseppe che di pugilato non ha mai voluto sentir parlare. «Amava i cavalli ed ha fatto il fantino».  Il pupillo Golfarini. Come epilogo non poteva mancare qualche battuta sui suoi pugili di un tempo, cominciando dal cognato (ha sposato sua sorella) Mario Sitri, «il guerriero, una macchina da pugni che tutti cercavano di scansare. Come me peso gallo e piuma, riuscì a laurearsi campione italiano in entrambe le categorie. A Milano contro Scarponi e a Messina battendo Mastellaro». Del cognato ricorda pure la sfortunaccia alle Olimpiadi di Melbourne: «Nei quarti con Girloy se le dettero di santa ragione. Vinse Girloy ma il turno successivo, benché fosse il più forte di tutti, risentì delle botte prese da Mario Sitri e dovette arrendersi».

Di Franco Nenci invece ricorda l’eleganza e la scrupolosità. «Voleva sempre conoscere in anticipo le caratteristiche dei propri avversari». Di Franco Brondi mette in evidenza «l’ottima tecnica e la potenza devastante». Quando, infine parla di Remo Golfarini, «il grande, immenso Remo», il volto s’illumina. «Remo aveva una bella castagna. Il suo destro faceva proprio male», afferma facendo il gesto con la mano sulla quale, nonostante siano passati tanti anni, ci sono ancora visibili i segni di tante battaglie sul ring. «Golfarini, non ci vuole molto a capirlo, è stato il suo pupillo e il mio “padrino”», precisa il figlio Alessandro. «Aveva classe, intelligenza e coraggio. A dicembre del 1968 aveva nelle mani contemporaneamente tre titoli. Quelli italiani dei medi e dei superwelter e quello ancora più prestigioso, Europeo dei superwelter. Un titolo che è andato a prendersi in Austria, strappandolo dalle mani di Orsolik. Remo ebbe pure il coraggio e l’orgoglio di affrontare, a Roma, il mitico Emile Griffith allora campione del mondo». (Ha collaborato Romano Nelli)

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