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RIFORMA GELMINI/ LE STORIE
Più Mary Poppins che bidella
Stefano Bartoli
Il fuoco lo ha aperto il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini: «Sono contraria al fatto che i bidelli non puliscano le scuole e si appaltino le pulizie all’esterno. E’ uno spreco». Le reazioni ovviamente non si sono fatte attendere dividendo a metà operatori scolastici, utenti ed anche i sindacati. E una bidella storica di Livorno racconta come è cambiata la scuola dagli anni '60 a oggi
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Il fuoco lo ha aperto il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, con un proclama che senza tanti complimenti colpisce un’intera categoria: «Sono contraria al fatto che i bidelli non puliscano le scuole e si appaltino le pulizie all’esterno. E’ uno spreco di risorse pubbliche, abbiamo un sistema d’istruzione nel quale vanno individuati le sacche di inefficienza». Le reazioni ovviamente non si sono fatte attendere dividendo a metà operatori scolastici, utenti ed anche i sindacati. Ma come è cambiata, negli anni, questa particolare professione? Veramente quelli che adesso chiamano “collaboratori scolastici” contribuiscono al capitolo sprechi? Oppure siamo davanti alla solita semplificazione, a metà tra la superficialità e la demagogia?
Marta Valisi, 61 anni, è quasi un’istituzione: da 31 anni lavora all’Istituto professionale Orlando di Livorno, una scuola particolare ed estremanente articolata nelle sue tante specializzazioni che spaziano dai corsi di elettrotecnica a quelli per odontotecnici, passando per biologi e meccanici. Sposata con due figli e un nipotino, in oltre tre decenni ha visto situazioni di ogni genere e, alle soglie della pensione, è in grado di raccontare l’evoluzione di un lavoro poco apprezzato, ma che somiglia sempre di più a quella di una Mary Poppins che fa praticamente di tutto. Insomma, un’interlocutrice privilegiata anche per un altro motivo: è laureata in psicologia, anche se poi la vita l’ha portata a fare, appunto, la bidella, la stessa attività svolta dalla mamma Rosita, oggi 82enne.
Lei è entrata nella scuola alla fine degli anni Settanta. Che cosa vi veniva richiesto di fare?
«Mi viene da dire che eravamo una bella famiglia: tanti studenti (l’Orlando nel momento di massima espansione arrivò a toccare i 3mila ragazzi, mentre ora si aggira sui 500, ndr) con noi che eravamo una cinquantina rispetto ai 12-13 attuali. Facevamo le pulizie, naturalmente, come del resto accade anche adesso perché la nostra scuola non è mai ricorsa ad imprese esterne. Il resto della mattinata, dico la verità, lo passavamo facendo le parole crociate, ma non avevamo molti diritti come accade invece adesso, con i più giovani che li conoscono a menadito».
Dal punto di vista pratico che cosa significa?
«Che a quei tempi esisteva una sorta di gerarchia legata all’anzianità. Il preside nominava il capobidello che, per definizione, veniva ritenuto un ruffiano visto che riferiva sempre tutto ciò che accadeva al capo d’istituto. E poi gli ultimi arrivati svolgevano anche i lavori più pesanti lasciando agli anziani altri compiti. Oggi, invece, i giovani parlano solo di diritti e sono proprio gli anziani a lavorare di più».
Proviamo quindi a fare un parallelo con la situazione attuale.
«Trent’anni fa facevamo solo le pulizie anche perché la sorveglianza non era importante quando invece lo è adesso: allora i ragazzi rispettavano gli insegnanti, i genitori pure, non c’erano né gli spinelli né le droghe più pesante. Tutto questo non è più possibile, altro che parole crociate: le mansioni sono diverse, frequentiamo regolarmente corsi di informatica o di pronto soccorso, in più, almeno da noi, come dicevo, non abbiamo mai smesso di pulire, cosa che apre un’altra problematica».
E cioè?
«Che il mio stipendio è identico a quello dove invece si è deciso di impiegare i fondi d’istituto per stipulare un contratto con un impresa specializzata. Io a scuola faccio di tutto: lavoro al computer, sto in portineria e per finire spazzo e lavo. Eppure proprio oggi (ieri per chi legge, ndr) il direttore del Giorno, parlando delle affermazioni del ministro Gelmini, diceva che i bidelli si rifiutano di fare certi lavori, che sono più bidelli che carabinieri, contribuendo così a disinformare il pubblico».
Ma la Gelmini qualcosa di giusto su di voi l’ha detto?
«Alcuni aspetti sono condivisibili, ad esempio proprio il fatto che ci si debba occupare delle pulizie. Ma se è così devono creare un’ulteriore figura professionale visto che ci fanno frequentare corsi e prendere specializzazioni previste dal contratto. E poi il ministro deve capire una cosa: non esistono più i bidelli ignoranti che inseguono i ragazzi agitando la scopa».
Marta Valisi, 61 anni, è quasi un’istituzione: da 31 anni lavora all’Istituto professionale Orlando di Livorno, una scuola particolare ed estremanente articolata nelle sue tante specializzazioni che spaziano dai corsi di elettrotecnica a quelli per odontotecnici, passando per biologi e meccanici. Sposata con due figli e un nipotino, in oltre tre decenni ha visto situazioni di ogni genere e, alle soglie della pensione, è in grado di raccontare l’evoluzione di un lavoro poco apprezzato, ma che somiglia sempre di più a quella di una Mary Poppins che fa praticamente di tutto. Insomma, un’interlocutrice privilegiata anche per un altro motivo: è laureata in psicologia, anche se poi la vita l’ha portata a fare, appunto, la bidella, la stessa attività svolta dalla mamma Rosita, oggi 82enne.
Lei è entrata nella scuola alla fine degli anni Settanta. Che cosa vi veniva richiesto di fare?
«Mi viene da dire che eravamo una bella famiglia: tanti studenti (l’Orlando nel momento di massima espansione arrivò a toccare i 3mila ragazzi, mentre ora si aggira sui 500, ndr) con noi che eravamo una cinquantina rispetto ai 12-13 attuali. Facevamo le pulizie, naturalmente, come del resto accade anche adesso perché la nostra scuola non è mai ricorsa ad imprese esterne. Il resto della mattinata, dico la verità, lo passavamo facendo le parole crociate, ma non avevamo molti diritti come accade invece adesso, con i più giovani che li conoscono a menadito».
Dal punto di vista pratico che cosa significa?
«Che a quei tempi esisteva una sorta di gerarchia legata all’anzianità. Il preside nominava il capobidello che, per definizione, veniva ritenuto un ruffiano visto che riferiva sempre tutto ciò che accadeva al capo d’istituto. E poi gli ultimi arrivati svolgevano anche i lavori più pesanti lasciando agli anziani altri compiti. Oggi, invece, i giovani parlano solo di diritti e sono proprio gli anziani a lavorare di più».
Proviamo quindi a fare un parallelo con la situazione attuale.
«Trent’anni fa facevamo solo le pulizie anche perché la sorveglianza non era importante quando invece lo è adesso: allora i ragazzi rispettavano gli insegnanti, i genitori pure, non c’erano né gli spinelli né le droghe più pesante. Tutto questo non è più possibile, altro che parole crociate: le mansioni sono diverse, frequentiamo regolarmente corsi di informatica o di pronto soccorso, in più, almeno da noi, come dicevo, non abbiamo mai smesso di pulire, cosa che apre un’altra problematica».
E cioè?
«Che il mio stipendio è identico a quello dove invece si è deciso di impiegare i fondi d’istituto per stipulare un contratto con un impresa specializzata. Io a scuola faccio di tutto: lavoro al computer, sto in portineria e per finire spazzo e lavo. Eppure proprio oggi (ieri per chi legge, ndr) il direttore del Giorno, parlando delle affermazioni del ministro Gelmini, diceva che i bidelli si rifiutano di fare certi lavori, che sono più bidelli che carabinieri, contribuendo così a disinformare il pubblico».
Ma la Gelmini qualcosa di giusto su di voi l’ha detto?
«Alcuni aspetti sono condivisibili, ad esempio proprio il fatto che ci si debba occupare delle pulizie. Ma se è così devono creare un’ulteriore figura professionale visto che ci fanno frequentare corsi e prendere specializzazioni previste dal contratto. E poi il ministro deve capire una cosa: non esistono più i bidelli ignoranti che inseguono i ragazzi agitando la scopa».
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