Il Tirreno

Livorno

I RETROSCENA IN OLANDA

Un uomo dal licenziamento facile

Cristiano Meoni
“Klesch go home”: gli operai Eni non vogliono il finanziere
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“Klesch go home”: gli operai Eni non vogliono il finanziere

Il venditore vuole vendere ma nessuno vuole comprare, finchè arriva un finanziere che dice di avere molti soldi. Presenta un'offerta e il venditore gli offre subito una trattativa in esclusiva

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LIVORNO. Il venditore vuole vendere ma nessuno vuole comprare, finchè arriva un finanziere che dice di avere molti soldi. Presenta un'offerta e il venditore gli offre subito una trattativa in esclusiva. Il finanziere esamina la società da comprare e tre mesi dopo l'affare è fatto. Passano altri due mesi e il nuovo proprietario dello stabilimento annuncia centinaia di licenziamenti.
Non è quello che si teme possa succedere se Gary Klesch comprasse la raffineria di Stagno. E' quello che è già successo in Olanda e in Germania, dove il finanziere americano ha acquistato nel 2008 e nel 2009 tre fonderie di alluminio che i rispettivi proprietari avevano messo in saldo: Zalco, Alden e Voerde. E' il metodo Klesch: comprare per poco o niente aziende di cui i proprietari si vogliono disfare e poi, se va male, licenziare, chiudere, dismettere.
Gary Klesch vuole applicare il metodo anche a Livorno. Lo temono anche i manager dell'Eni che lo hanno incontrato: troppe le incognite, che una società partecipata dallo Stato e sotto il pressing della politica non si può permettere. A partire dal fatto che la Klesch and Company non è un fondo regolamentato, che deve comunque sottostare a un minimo di obblighi di trasparenza, ma una società di investimento di cui non si sa quasi niente.

La storia olandese è istruttiva perchè, almeno nei presupposti, presenta evidenti analogie con la vicenda livornese. Già dal 2006 la multinazionale Alcan (ora Rio Tinto) voleva vendere la propria fonderia di Vlissingen (Zalco) nel sud-est dell'Olanda. Si presenta Gary Klesch, che negozia e compra, ad un prezzo di saldo che non è mai stato reso noto. Il 31 maggio 2007 Klesch annuncia che ha trovato l'accordo per rilevare la fonderia Zalco, precisando che la firma avverrà dopo la consultazione con i sindacati. Il 27 marzo 2008 Gary Klesch illustra i piani di sviluppo della fonderia a "Bloomberg". Dice che aumenterà la capacità produttiva dell'impianto, passando da 230mila a 290mila tonnellate annue, scommettendo sul rincaro del prezzo dell'alluminio. Aggiunge che la fonderia ha firmato contratti che coprono le sue necessità di materia prima per 10 anni e la fornitura di elettricità per 15 anni. E così nel maggio 2008 Klesch firma l'acquisto della fonderia. Ma qualcosa va storto dopo. A novembre la nuova proprietà annuncia che licenzierà 140 operai su 700 e chiuderà la metà dei 512 forni.

Nel frattempo Gary Klesch aveva avviato anche una trattativa con un altro colosso minerario, Corus. Corus perdeva 100 milioni di euro all'anno con le due fonderie di Delfziji (Olanda) e Voerde (Germania) e voleva disfarsene. Ma i prezzi dell'alluminio, che avevano toccato il massimo nel luglio 2008, erano già in picchiata, tenendo alla lontana possibili investitori. Con l'unica eccezione della Klesch and Company. Il 20 agosto 2008 viene annunciato l'avvio della trattativa esclusiva tra Corus e Klesch. La "due diligence" termina nel gennaio scorso con l'annuncio dell'accordo tra Corus e una società di Klesch, la Briand Investments B.V.: accordo che viene firmato il 3 febbraio. Il mese successivo la nuova proprietà delle due fonderie annuncia il taglio del 40% della produzione - con la chiusura di 120 forni - e il licenziamento di 185 dipendenti su 400, tutti in Olanda.

Anche l'Eni, come Corus e Alcal, vuole disfarsi di un impianto non più strategico. E così come nel caso olandese, l'unica offerta convinta è stata quella di Gary Klesch. Che ha bussato prima alla sede milanese dell'advisor Royal Bank of Scotland e da questi è stato portato a Roma. Soldi, per ora, non se ne vedono, anche se il finanziere dice di averne molti. Piani industriali neppure: l'unico modo per dare una prospettiva alla raffineria è la costruzione di un impianto di hydrocracking, che costa però 200 milioni di euro. Sulla capacità del fondo d'investimento di fronteggiare le spese correnti di gestione (con lettere di credito, liquidità, garanzie) c'è più di un dubbio. Quanto al progetto di costruire una fonderia e una raffineria in Libia, annunciato nel 2008, da allora non ha mosso un passo.
Il consiglio d'amministrazione dell'Eni, il 28 settembre, è chiamato a prendere una decisione sulla raffineria che non sarà facile motivare.

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