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LIVORNO E LA BEFFA
Modì, Cosimi per vendere le false testeSgarbi le vuole in mostra a Salemi
Luciano De Majo
A venticinque anni dalla clamorosa beffa delle false teste ripescate nei fossi, ritorna il caso Modigliani. Il sindaco Alessandro Cosimi pensa di vendere le pietre della burla per acquistare opere originali e respinge la proposta di un'esposizione. Ma Sgarbi dice: "Le voglio io a Salemi, in una mostra sull'inganno". E nel limbo della storia, a cavallo tra leggenda e vicende giudiziarie, ci sono sempre le statue del 1991 su cui nessuno si è ancora mai espresso
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LIVORNO. «I falsi Modigliani? Io li venderei, per comprare qualche opera vera del grande artista. E quella, sì, esporla». Chissà se nelle parole di Alessandro Cosimi, 54 anni da compiere a novembre, riconfermato sindaco di Livorno, c'è anche la volontà di allontanare perfino fisicamente la maledizione di Modì. Quella della burla, s'intende.
Sì, perché 25 anni dopo quello scherzo che fece il giro del mondo e infranse i cuori e le teste pensanti della critica, la città toscana dove l'ironia - e nei suoi tempi migliori l'autoironia - si fa più tagliente, deve ancora fare i conti col destino legato a quel figlio che ha amato solo troppo tardi. «Perché Livorno dà gloria soltanto all'esilio e ai morti la celebrità», cantava Capossela ricordando proprio Modì.
LA FOTOSTORIA La vicenda e i protagonisti IL RACCONTO Estate 1984, l'ombra di Modì
La domanda che si fa largo, a un quarto di secolo dalla burla, riguarda il destino dei tre falsi ripescati dalle acque limacciose dei fossi: due realizzate dal pittore Angelo Froglia, poi scomparso, con la volontà di lanciare una provocazione al mondo della critica; l'altra dai tre studenti universitari di allora che poi rivendicarono la burla. Ed ecco il dubbio: lasciarli lì dove sono, in una cassa riposta in un magazzino del Comune, al riparo dalle luci della ribalta o magari esporle da qualche parte?
SONDAGGIO I falsi andrebbero esposti, sì o no?
«L'idea di una mostra permanente non mi sembra una grande idea», dice il sindaco Alessandro Cosimi. E il suo assessore alla cultura Mario Tredici, che pure aveva detto di voler «prendere atto del problema», aveva già messo in guarda dal rischio di «provincialismo e superficialità». Di tutt'altro avviso Vittorio Sgarbi (leggi l'articolo), che in una intervista ha espresso la sua disponibilità a prendere in prestito le tre teste ed esporle a Salemi, la cittadina siciliana della quale è sindaco.
Il primo cittadino livornese, invece, pur riconoscendo che «la beffa di 25 anni fa è stata molto bella perché ha irriso il potere in modo simpatico», è dell'idea che adesso è bene occuparsi del «vero Modigliani». «Abbiamo già dei disegni di Modì - dice - e col ricavato delle pietre dei falsi potremmo acquistarne un altro da esporre. E se qualche privato volesse aiutarci in questa operazione, ne saremmo, ovviamente, ben lieti».
Fosse finita qui, ci sarebbe da occuparsi di tre pietre palesemente false. Ma nel caveau di una banca livornese ce ne sono altre tre, di teste che secondo alcuni (tanto per fare un nome, il critico d'arte Carlo Pepi che nel 1984 bollò subito come false le pietre ripescate dai fossi) sono in realtà davvero opera di Modì. Fino al 1991 le custodiva nella sua carrozzeria Piero Carboni, che le tirò fuori insieme allo stilista Giuseppe Saracino, raccontando che un giovane artista le avrebbe scolpite ai primi del '900 in un fondo che aveva preso in affitto nei pressi del Mercato coperto, in via Gherardi Del Testa. E chi poteva essere quell'artista, se non Modigliani, che lavorò proprio in quella zona? Carboni e Saracino sono morti anche loro, non prima di essere usciti assolti (insieme a Pepi) da un processo davanti al tribunale di Pisa per tentativo di esportazione di falsi.
Ma i loro eredi sognano che un giorno qualcuno urli al mondo intero che le pietre di Modigliani cercate perfino nella profondità dei fossi sono lì che giacciono in un baule. Anche quello nella profondità, ma di una banca. Sogni di mezza estate. Un'estate da Modì.
Sì, perché 25 anni dopo quello scherzo che fece il giro del mondo e infranse i cuori e le teste pensanti della critica, la città toscana dove l'ironia - e nei suoi tempi migliori l'autoironia - si fa più tagliente, deve ancora fare i conti col destino legato a quel figlio che ha amato solo troppo tardi. «Perché Livorno dà gloria soltanto all'esilio e ai morti la celebrità», cantava Capossela ricordando proprio Modì.
LA FOTOSTORIA La vicenda e i protagonisti IL RACCONTO Estate 1984, l'ombra di Modì
La domanda che si fa largo, a un quarto di secolo dalla burla, riguarda il destino dei tre falsi ripescati dalle acque limacciose dei fossi: due realizzate dal pittore Angelo Froglia, poi scomparso, con la volontà di lanciare una provocazione al mondo della critica; l'altra dai tre studenti universitari di allora che poi rivendicarono la burla. Ed ecco il dubbio: lasciarli lì dove sono, in una cassa riposta in un magazzino del Comune, al riparo dalle luci della ribalta o magari esporle da qualche parte?
SONDAGGIO I falsi andrebbero esposti, sì o no?
«L'idea di una mostra permanente non mi sembra una grande idea», dice il sindaco Alessandro Cosimi. E il suo assessore alla cultura Mario Tredici, che pure aveva detto di voler «prendere atto del problema», aveva già messo in guarda dal rischio di «provincialismo e superficialità». Di tutt'altro avviso Vittorio Sgarbi (leggi l'articolo), che in una intervista ha espresso la sua disponibilità a prendere in prestito le tre teste ed esporle a Salemi, la cittadina siciliana della quale è sindaco.
Il primo cittadino livornese, invece, pur riconoscendo che «la beffa di 25 anni fa è stata molto bella perché ha irriso il potere in modo simpatico», è dell'idea che adesso è bene occuparsi del «vero Modigliani». «Abbiamo già dei disegni di Modì - dice - e col ricavato delle pietre dei falsi potremmo acquistarne un altro da esporre. E se qualche privato volesse aiutarci in questa operazione, ne saremmo, ovviamente, ben lieti».
Fosse finita qui, ci sarebbe da occuparsi di tre pietre palesemente false. Ma nel caveau di una banca livornese ce ne sono altre tre, di teste che secondo alcuni (tanto per fare un nome, il critico d'arte Carlo Pepi che nel 1984 bollò subito come false le pietre ripescate dai fossi) sono in realtà davvero opera di Modì. Fino al 1991 le custodiva nella sua carrozzeria Piero Carboni, che le tirò fuori insieme allo stilista Giuseppe Saracino, raccontando che un giovane artista le avrebbe scolpite ai primi del '900 in un fondo che aveva preso in affitto nei pressi del Mercato coperto, in via Gherardi Del Testa. E chi poteva essere quell'artista, se non Modigliani, che lavorò proprio in quella zona? Carboni e Saracino sono morti anche loro, non prima di essere usciti assolti (insieme a Pepi) da un processo davanti al tribunale di Pisa per tentativo di esportazione di falsi.
Ma i loro eredi sognano che un giorno qualcuno urli al mondo intero che le pietre di Modigliani cercate perfino nella profondità dei fossi sono lì che giacciono in un baule. Anche quello nella profondità, ma di una banca. Sogni di mezza estate. Un'estate da Modì.
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