AFGHANISTAN
Il generale dei parà: «Episodio tragico»
L'uccisione di una bambina, colpita a morte dai nostri soldati in Afghanistan. Bertolini: le lacrime di una madre afghana come quelle di una madre italiana
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LIVORNO. La sua Livorno, la sua bella famiglia, moglie e quattro figli, la casa vicino al mare, sono lontani, non possono dargli un po’ di conforto. Ma del resto Marco Bertolini, il generale livornese che a Kabul è capo di Stato Maggiore Isaf in Afghanistan, è un generale tutto d’un pezzo, un uomo che è abituato alle situazioni difficili, ai drammi, alla solitudine.
Ma è anche un uomo di grande sensibilità Bertolini e non c’è da stupirsi che alla notizia dell’incidente che ha causato la morte della ragazzina afghana sia rimasto molto turbato. Anche se lì c’è la guerra, anche se un generale non cede a facili sentimentalismi. «Questa è la cosa più triste che possa succedere» ha detto e non si vergogna di dire che è «addolorato per questo incidente bruttissimo».
Insomma, il generale non cerca scorciatoie, «e si indagherà fino in fondo. Non solo per accertare eventuali responsabilità, ma anche perchè siamo i primi - dice - a voler capire se qualcosa non ha funzionato nelle procedure, in modo da evitare che simili fatti possano ricapitare». Certo, ci tiene anche Bertolini a fare capire quale siano il clima, gli equilibri, gli scenari laggiù, in quel deserto che lo vede in prima linea. «Nessuno di noi vuole uccidere bambini o civili innocenti. Facciamo di tutto per evitare che simili cose accadono, ci sono delle procedure, appunto, perchè ciò non succeda», insiste.
Poi però aggiunge: «A volte si valutano questi fatti come se si fossero verificati in Italia. Ma l’Afghanistan non è l’Italia, qui tutti hanno un’arma, c’è una minoranza che ci combatte e in un simile contesto questa cose purtroppo possono accadere. Anche nella regione di Herat gli attacchi contro i militari della Nato sono continui: c’è nè stato uno oggi e anche ieri. I nostri soldati devono reagire, far fronte alle minacce, perchè qui essere inermi vuol dire essere uccisi».
Secondo il generale l’incidente non comprometterà i buoni rapporti che gli italiani hanno stretto in questi anni con la gente del posto: «Sappiamo benissimo che le lacrime di una madre afghana sono come quelle di una madre italiana: dobbiamo riuscire a tenere insieme il rapporto con la popolazione locale e la salvaguardia dei nostri soldati, che tutti i giorni rischiano la vita. Comunque la nostra linea è trasparente, siamo qui per il bene del popolo afghano. E gli afghani lo sanno».
Ma è anche un uomo di grande sensibilità Bertolini e non c’è da stupirsi che alla notizia dell’incidente che ha causato la morte della ragazzina afghana sia rimasto molto turbato. Anche se lì c’è la guerra, anche se un generale non cede a facili sentimentalismi. «Questa è la cosa più triste che possa succedere» ha detto e non si vergogna di dire che è «addolorato per questo incidente bruttissimo».
Insomma, il generale non cerca scorciatoie, «e si indagherà fino in fondo. Non solo per accertare eventuali responsabilità, ma anche perchè siamo i primi - dice - a voler capire se qualcosa non ha funzionato nelle procedure, in modo da evitare che simili fatti possano ricapitare». Certo, ci tiene anche Bertolini a fare capire quale siano il clima, gli equilibri, gli scenari laggiù, in quel deserto che lo vede in prima linea. «Nessuno di noi vuole uccidere bambini o civili innocenti. Facciamo di tutto per evitare che simili cose accadono, ci sono delle procedure, appunto, perchè ciò non succeda», insiste.
Poi però aggiunge: «A volte si valutano questi fatti come se si fossero verificati in Italia. Ma l’Afghanistan non è l’Italia, qui tutti hanno un’arma, c’è una minoranza che ci combatte e in un simile contesto questa cose purtroppo possono accadere. Anche nella regione di Herat gli attacchi contro i militari della Nato sono continui: c’è nè stato uno oggi e anche ieri. I nostri soldati devono reagire, far fronte alle minacce, perchè qui essere inermi vuol dire essere uccisi».
Secondo il generale l’incidente non comprometterà i buoni rapporti che gli italiani hanno stretto in questi anni con la gente del posto: «Sappiamo benissimo che le lacrime di una madre afghana sono come quelle di una madre italiana: dobbiamo riuscire a tenere insieme il rapporto con la popolazione locale e la salvaguardia dei nostri soldati, che tutti i giorni rischiano la vita. Comunque la nostra linea è trasparente, siamo qui per il bene del popolo afghano. E gli afghani lo sanno».
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