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«Credevo di aver sparato a un cinghiale»
Sabina Chiellini
E' un imprenditore edile di 47 anni, livornese, il responsabile della morte di Paolo Tambini, il veterinario cercatore di tartufi rimasto ucciso da una fucilata in un bosco sulle colline della Caldera. L'uomo si è costituito questa mattina ed è stato denunciato a piede libero per omicidio colposo. "Non mi sono accorto di nulla", ha detto, "Pensavo di aver sparato a un cinghiale"
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LIVORNO. Una notte d’angoscia, trascorsa insonne, tra le lacrime e i dubbi. È un imprenditore livornese, Fabio Celandroni di 46 anni, l’uomo che ieri mattina si è presentato in questura per raccontare alla polizia di aver ucciso sabato scorso, per errore, in un bosco vicino Lari il veterinario Paolo Tambini, 51 anni, di Santo Pietro Belvedere.
Il cacciatore, come da lui stesso confessato, pensava di aver colpito un cinghiale. Residente all’inizio di via Provinciale Pisana, all’incrocio con via Firenze, dove vive insieme alla sua famiglia, Celandroni è titolare con un socio della Ce.pa, impresa edile che si occupa di riparazione e manutenzione di edifici. Sposato e padre di due bimbe di 12 e 15 anni, il cacciatore è noto in città e tutti ne parlano come di una brava persona. L’episodio ha sconvolto famiglia e amici.
Ieri per lui è stata una lunga giornata. Accompagnato dai suoi avvocati Silvia Del Corso e Giuseppe Ales, Celandroni è arrivato in questura alle 11. È stato ascoltato per mezzora dagli investigatori della seconda sezione della Squadra mobile. Piangeva disperato ed è apparso molto provato dalla terribile vicenda. Subito dopo, il quarantaseienne è stato accompagnato in Procura a Pisa, dove il pm l’ha interrogato per diverse ore. Momenti di forte tensione per il cacciatore, che ha riferito di non essersi accorto, sul momento, di aver sparato a una persona, ma di aver realizzato come erano andati i fatti solo il giorno dopo.
L’imprenditore, come conferma la sua legale, non conosceva la vittima (Tambini è sposato con una livornese) né la sua famiglia. Secondo quanto emerso dalle indagini e dalla testimonianza resa al magistrato, la mattina dell’incidente, Celandroni si era recato nella riserva di Camugliano, in Valdera, per una battuta di caccia al fagiano. A un tratto, avrebbe visto un cinghiale e così avrebbe deciso di sparargli. Ma invece di colpire l’animale, ha sparato a Tambini, che pare fosse accovacciato alla ricerca di tartufi. Poi è andato via. «Non mi sono accorto dell’accaduto - avrebbe spiegato ai magistrati pisani - ma successivamente ho capito che potevo essere stato io leggendo i giornali».
In quel momento, secondo la versione della difesa, Celandroni, che era munito di regolare permesso per la caccia e che ha preso in affitto quella riserva per la stagione, era da solo. «Sono quando la notizia si è diffusa, - dice l’avvocata Silvia Del Corso - il mio assistito si è reso conto della situazione, riflettendo sull’ora e sul posto dell’incidente». Quando domenica nella radura in mezzo al bosco è stato trovato il corpo ormai senza vita di Tambini, sono iniziate le indagini. E i primi ad essere interpellati sono stati i cacciatori che sabato si trovavano in quella riserva, i cui nomi sono emersi dalle registrazioni del guardiacaccia.
Tra loro c’era anche Celandroni, che è stato contattato. Poi ieri, ogni dubbio sarebbe stato fugato dalla lettura dei giornali e dalle foto, che mostravano il posto dell’incidente. «La versione del mio cliente - precisa la Del Corso - è stata analizzata dagli investigatori e ha avuto anche dei riscontri. Sono momenti difficili per lui e la sua famiglia. E ai parenti della vittima va tutto il nostro cordoglio». Se la difesa di Celandroni, che è indagato per omicidio colposo, non ha alcun dubbio sulla versione del cacciatore, più cauta è la magistratura.
Le indagini sono ancora aperte: resta in ballo anche l’ipotesi che l’uomo sia rimasto scioccato dopo il colpo sparato per errore contro la vittima e quindi si sia allontanato in preda al panico dopo l’incidente. Un’ipotesi questa tutta ancora da verificare.
Il cacciatore, come da lui stesso confessato, pensava di aver colpito un cinghiale. Residente all’inizio di via Provinciale Pisana, all’incrocio con via Firenze, dove vive insieme alla sua famiglia, Celandroni è titolare con un socio della Ce.pa, impresa edile che si occupa di riparazione e manutenzione di edifici. Sposato e padre di due bimbe di 12 e 15 anni, il cacciatore è noto in città e tutti ne parlano come di una brava persona. L’episodio ha sconvolto famiglia e amici.
Ieri per lui è stata una lunga giornata. Accompagnato dai suoi avvocati Silvia Del Corso e Giuseppe Ales, Celandroni è arrivato in questura alle 11. È stato ascoltato per mezzora dagli investigatori della seconda sezione della Squadra mobile. Piangeva disperato ed è apparso molto provato dalla terribile vicenda. Subito dopo, il quarantaseienne è stato accompagnato in Procura a Pisa, dove il pm l’ha interrogato per diverse ore. Momenti di forte tensione per il cacciatore, che ha riferito di non essersi accorto, sul momento, di aver sparato a una persona, ma di aver realizzato come erano andati i fatti solo il giorno dopo.
L’imprenditore, come conferma la sua legale, non conosceva la vittima (Tambini è sposato con una livornese) né la sua famiglia. Secondo quanto emerso dalle indagini e dalla testimonianza resa al magistrato, la mattina dell’incidente, Celandroni si era recato nella riserva di Camugliano, in Valdera, per una battuta di caccia al fagiano. A un tratto, avrebbe visto un cinghiale e così avrebbe deciso di sparargli. Ma invece di colpire l’animale, ha sparato a Tambini, che pare fosse accovacciato alla ricerca di tartufi. Poi è andato via. «Non mi sono accorto dell’accaduto - avrebbe spiegato ai magistrati pisani - ma successivamente ho capito che potevo essere stato io leggendo i giornali».
In quel momento, secondo la versione della difesa, Celandroni, che era munito di regolare permesso per la caccia e che ha preso in affitto quella riserva per la stagione, era da solo. «Sono quando la notizia si è diffusa, - dice l’avvocata Silvia Del Corso - il mio assistito si è reso conto della situazione, riflettendo sull’ora e sul posto dell’incidente». Quando domenica nella radura in mezzo al bosco è stato trovato il corpo ormai senza vita di Tambini, sono iniziate le indagini. E i primi ad essere interpellati sono stati i cacciatori che sabato si trovavano in quella riserva, i cui nomi sono emersi dalle registrazioni del guardiacaccia.
Tra loro c’era anche Celandroni, che è stato contattato. Poi ieri, ogni dubbio sarebbe stato fugato dalla lettura dei giornali e dalle foto, che mostravano il posto dell’incidente. «La versione del mio cliente - precisa la Del Corso - è stata analizzata dagli investigatori e ha avuto anche dei riscontri. Sono momenti difficili per lui e la sua famiglia. E ai parenti della vittima va tutto il nostro cordoglio». Se la difesa di Celandroni, che è indagato per omicidio colposo, non ha alcun dubbio sulla versione del cacciatore, più cauta è la magistratura.
Le indagini sono ancora aperte: resta in ballo anche l’ipotesi che l’uomo sia rimasto scioccato dopo il colpo sparato per errore contro la vittima e quindi si sia allontanato in preda al panico dopo l’incidente. Un’ipotesi questa tutta ancora da verificare.
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