Il Tirreno

Livorno

La Porto 2000, un museo con vista crociere

Cristiano Meoni
La Porto 2000, un museo con vista crociere

Accumulati da Lenzi 350 quadri, ora sequestrati. Quasi tutti trovati in un ripostiglio

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Avevamo un museo d’arte contemporanea e non ce n’eravamo accorti. E’ un piccolo scrigno di tesori - Schifano Dorazio Arman Mattioli Scanavino Turcato - che il gusto, il mecenatismo, il fiuto di un appassionato ha accumulato dal 2000 a oggi. Non cercatelo sulle guide, neppure Google vi aiuterà nell’impresa, quanto alle indicazioni stradali meglio diffidarne - indicano ancora qualcosa che non esiste, l’acquario.... Piuttosto, puntate sulla stazione marittima del porto - il porto sì.

Chiedete del Terminal crociere e, quando arrivate, provate a insistere con il gentile padrone di casa, l’amministratore unico della Porto 2000. Perchè questo museo segreto è la sede della Porto 2000, la società che gestisce il porto passeggeri. Guido Asti forse vi aprirà e magari vi mostrerà i capolavori che ha ereditato dalla precedente gestione. Tutti sotto sequestro giudiziario.

L’appassionato che ha messo su una simile collezione d’arte (364 opere) è l’ex presidente della Porto 2000 Bruno Lenzi. Dopo che è stato silurato, dopo che la Finanza ha scoperchiato il pentolone delle spese “allegre”, dopo che la società di revisione dei bilanci ha certificato gli ammanchi (2,7 milioni di euro nel 2006), la nuova gestione della Porto 2000 ha ottenuto il sequestro preventivo di tutte le opere. Un modo per cautelarsi qualora venisse accertata una responsabilità dell’ex presidente, dato che gran parte dei quadri e delle sculture sono di Bruno Lenzi, concesse in “comodato gratuito” alla società. O almeno, sarebbero di Lenzi. Perchè sotto il cielo della Porto 2000 la confusione è grande, tanto che nell’inventario stilato dalla Guardia di Finanza non sono rari i punti interrogativi. «Stiamo cercando di capirci qualcosa - spiega Asti - Ci sono quadri della Porto 2000, quadri di Bruno Lenzi, o comunque di cui rivendica la proprietà, e altri di proprietà incerta».

I migliori pittori. L’aveva già scritto la Finanza, in uno dei verbali degli ultimi mesi: «La società si configura come una vera e propria casa d’arte». Qualche numero? Massì. 350 quadri più 14 fra sculture e installazioni. Quattrordici Schifano (Mario, uno dei contemporanei più noti al grande pubblico), sei Mattioli (Carlo, figurativo di scuola Morandi, recentemente un suo olio è stato battuto per 192mila euro); quattro creazioni di Arman (fra cui i celebri “violini”, multipli ovviamente); un Dorazio, due Scanavino, un Turcato, un Reggiani, due Festa, nove Kostabi. E poi 139 dipinti di Mario Madiai, il mattatore del “museo che non c’è”, il maggior pittore livornese vivente.

Non c’è che dire, la Porto 2000 è un bel posto per lavorare. Entri e ti accolgono, sulla sinistra, due Schifano, un «Sole» e una «Casa Sola». Un divano in pelle bianca invita ad accomodarsi e a contemplare. L’occhio però sfugge e indovina altri capolavori, più in avanti, nei corridoi. Nell’anticamera dell’ufficio del presidente occupa la scena una curiosa installazione: «Ferrari», di Arman, tanti modellini di Ferrari assieme. Due grandi Schifano alle pareti - «Campo di pane» e «Paesaggio anemico» - un Dorazio e uno Scanavino introducono nell’ufficio del presidente. L’allestimento è chiaramente opera di un appassionato d’arte. Quando firmava le note spese, diramava gli ordini, telefonava, Lenzi dava le spalle alle navi ormeggiate all’Alto Fondale. Davanti aveva una serie degli «Alberi della vita» di Mario Schifano, in verde nero e bronzo. Di lato, sulla sinistra, tre paesaggi di Carlo Mattioli: «Paesaggio con albero», «Paesaggio» e «Paesaggio con Ponte». In basso i due «Violini» e il «Violoncello» di Arman. C’è anche un Riccardo Lenzi, “Toro”, nell’ufficio del direttore. La galleria continua al piano superiore: un grande Corpora vigila sui documenti sequestrati della stanza sigillata, quella del “giallo” mai chiarito, del documento sparito chissà come che insospettì la Finanza e dette il via all’indagine penale.

I quadri nel ripostiglio. Le opere esposte sono un’ottantina. E le 280 mancanti? Rinchiuse in un ripostiglio... Proprio così. In una delle sue numerose ispezioni, la Finanza volle vedere cosa c’era in uno stanzino appartato, dove non andresti mai. E’ a sinistra dell’ascensore, in un pianerottolo cieco, mentre l’ingresso della sede è sulla destra. C’erano, e ci sono ancora, ammassati, 281 quadri. E mica di impiastratele. Dipinti di Schifano, Biggi, Mattioli, Kostabi, Leone, Reggiani. Ce li aveva messi Bruno Lenzi. Perchè se ne stessero lì nascosti non è chiaro ma una spiegazione forse c’è: non erano rimasti più muri per poterli appendere. Sono quadri che non meritano la polvere, che chiedono di poter respirare, di essere goduti. Ma per ora sono sequestrati dalla magistratura, chiusi a doppia mandata, con allarme elettronico in agguato.

Maledetta sorte. Quindici Madiai furono sequestrati al rientro dal corniciaio, il 27 marzo. I finanzieri intercettarono il furgoncino (maledetta sorte). Altri quadri, che Lenzi aveva prestato alla Spedimar, tornarono al proprietario quando seppe che gli amici spedizionieri si erano adoperati per il ritiro di un ricorso al Tar contro Roberto Piccini. L’aneddotica è vasta e per forza incompleta e mescola leggenda a verità. Quei 364 quadri inventariati sono invece un fatto certo, tangibile. Si potrebbe mettere su un museo davvero - magari inserendolo nei tour dei crocieristi - stampare un catalogo, allestire una mostra, se non ci fosse di mezzo quella “seccatura”, quell’inchiesta della Guardia di Finanza e della Procura ancora lungi da finire.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web