E dopo lo squalo ecco il supercalamaro
Sara Giusti
Il Cibm lo ha acquistato per la sua eccezionale dimensione: «Raro trovarne così grossi»
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LIVORNO. L’ultimo arrivato al Centro di Biologia Marina è un calamaro di quasi diciotto chili, pescato a sud dell’Isola d’Elba. Ma dall’istituto di Barriera Margherita sono transitate altre specie insolite per i nostri mari, e non solo per le loro dimensioni: fra questi pesci palla e pesci trombetta. Sono animali spesso innocui, che incuriosiscono e preoccupano i bagnanti della domenica. Provate a immaginare un incontro ravvicinato con un calamaro di 1 metro e 70 centimetri (tentacoli compresi), per non parlare dello squalo volpe di tre metri e mezzo che incrociava al largo del Romito.
Una settimana fa, al largo dell’Elba, è rimasto imprigionato nelle reti da posta di un peschereccio un mollusco cefalopode di dimensioni eccezionali, appartenenente ad una specie rara nel Mediterraneo. Il super-calamaro, delle lunghezza totale di un metro e mezzo per 17,6 chili di peso, una volta trasportato dai pescatori al mercato ittico di Porto Santo Stefano, è stato consegnato ai ricercatori del Centro interuniversitario di Biologia Marina di Livorno (Cibm), che si trovavano sul luogo per monitoraggi di routine. Domanda d’obbligo: come è possibile che nei nostri mari possano vivere animali di queste dimensioni? Colpa del clima impazzito? Della tropicalizzazione delle acque? No, rispondono i ricercatori del Cibm.
«Molte di queste specie, chiaramente non originarie dei nostri mari - spiega Paolo Sartor, biologo e ricercatore del Centro di biologia marina - semplicemente “migrano” nel nostro mare. Ma questo, in molti casi, accade da sempre. Il “calamaro” pescato l’altro giorno ad esempio, il cui nome scientifico è “Thysanoteuthis Rhombus”, veniva già avvistato nell’800, quando ancora il surriscaldamento dei mari non esisteva. Tra i calamari, la specie di cui parliamo è una tra quelle di maggiori dimensioni. E’ distribuita nelle acque di tutto il mondo, ed è un potente nuotatore, che si sposta nelle acque trovandosi spesso in superficie. Nel Mediterraneo - continua il dottor Sartor - la specie è molto rara, mentre è molto più frequente nell’Oceano Atlantico e soprattutto nel Pacifico, tanto che in Giappone ha anche una certa rilevanza commerciale». E proprio dall’esperienza dei pescatori giapponesi si sa che questa specie di calamaro è monogama: durante i 12, 14 mesi di vita infatti, sceglie un compagno con cui rimane tutta la vita. «Questo dato - continua Sartor - è stato rilevato dal fatto che i pescatori giapponesi, quasi sempre pescano una coppia di questi animali, costituita da un maschio e una femmina».
Ma gli “avvistamenti” fuori dal comune non si fermano qui: nel dicembre scorso, nei mari dell’Argentario è stato pescato un “pesce trombetta” di 110 centimetri di lunghezza per 600 grammi di peso, caratteristico del Mar Rosso, anche questo analizzato dal Cibm. «In questo caso - spiega Sartor - si tratta di una “migrazione Lessepsiana, ovvero dovuta all’apertura del Canale di Suez, ad opera dell’ingegnere Lesseps, che ha consentito al Mediterraneo e al Mar Rosso di entrare in comunicazione». Il pesce trombetta (nome scientifico Fistularia Commersonii) dalla caratteristica forma “a tubo”, dopo l’apertura del canale di Suez ha iniziato a spostarsi, avvicinandosi prima alle coste israeliane, poi a quelle greche, e a quelle siciliane. «Dal 2000 - continua il biologo - la specie sembra essere arrivata fino alle nostre coste, limite estremo, ad oggi, degli avvistamenti di questa specie».
Dal pesce trombetta al pesce palla. Perchè nell’agosto di due anni il Centro interuniversitario di biologia marina ha studiato un altro pesce pescato nei nostri mari, lo “Sphoeroides Pachygaster”. «Il biologo che si occupò dello studio, il dottor Alessandro Ligas - sottolinea Sartor - rilevò come questa specie, originaria dell’Atlantico, si sia a poco a poco adattata all’ambiente marino del nostro territorio, dando vita a delle colonie che qui vivono e si riproducono. Lo dimostra il fatto che diversi avvistamenti sono stati registrati in Sicilia, in Puglia e davanti a Piombino». Il pesce venne pescato da una rete a strascico a circa 100 metri di profondità. Quanto agli squali, assicurano i ricercatori del Cibm, nessuna paura: quelli che solcano i nostri mari, come il “volpe”, non sono pericolosi per l’uomo.
Una settimana fa, al largo dell’Elba, è rimasto imprigionato nelle reti da posta di un peschereccio un mollusco cefalopode di dimensioni eccezionali, appartenenente ad una specie rara nel Mediterraneo. Il super-calamaro, delle lunghezza totale di un metro e mezzo per 17,6 chili di peso, una volta trasportato dai pescatori al mercato ittico di Porto Santo Stefano, è stato consegnato ai ricercatori del Centro interuniversitario di Biologia Marina di Livorno (Cibm), che si trovavano sul luogo per monitoraggi di routine. Domanda d’obbligo: come è possibile che nei nostri mari possano vivere animali di queste dimensioni? Colpa del clima impazzito? Della tropicalizzazione delle acque? No, rispondono i ricercatori del Cibm.
«Molte di queste specie, chiaramente non originarie dei nostri mari - spiega Paolo Sartor, biologo e ricercatore del Centro di biologia marina - semplicemente “migrano” nel nostro mare. Ma questo, in molti casi, accade da sempre. Il “calamaro” pescato l’altro giorno ad esempio, il cui nome scientifico è “Thysanoteuthis Rhombus”, veniva già avvistato nell’800, quando ancora il surriscaldamento dei mari non esisteva. Tra i calamari, la specie di cui parliamo è una tra quelle di maggiori dimensioni. E’ distribuita nelle acque di tutto il mondo, ed è un potente nuotatore, che si sposta nelle acque trovandosi spesso in superficie. Nel Mediterraneo - continua il dottor Sartor - la specie è molto rara, mentre è molto più frequente nell’Oceano Atlantico e soprattutto nel Pacifico, tanto che in Giappone ha anche una certa rilevanza commerciale». E proprio dall’esperienza dei pescatori giapponesi si sa che questa specie di calamaro è monogama: durante i 12, 14 mesi di vita infatti, sceglie un compagno con cui rimane tutta la vita. «Questo dato - continua Sartor - è stato rilevato dal fatto che i pescatori giapponesi, quasi sempre pescano una coppia di questi animali, costituita da un maschio e una femmina».
Ma gli “avvistamenti” fuori dal comune non si fermano qui: nel dicembre scorso, nei mari dell’Argentario è stato pescato un “pesce trombetta” di 110 centimetri di lunghezza per 600 grammi di peso, caratteristico del Mar Rosso, anche questo analizzato dal Cibm. «In questo caso - spiega Sartor - si tratta di una “migrazione Lessepsiana, ovvero dovuta all’apertura del Canale di Suez, ad opera dell’ingegnere Lesseps, che ha consentito al Mediterraneo e al Mar Rosso di entrare in comunicazione». Il pesce trombetta (nome scientifico Fistularia Commersonii) dalla caratteristica forma “a tubo”, dopo l’apertura del canale di Suez ha iniziato a spostarsi, avvicinandosi prima alle coste israeliane, poi a quelle greche, e a quelle siciliane. «Dal 2000 - continua il biologo - la specie sembra essere arrivata fino alle nostre coste, limite estremo, ad oggi, degli avvistamenti di questa specie».
Dal pesce trombetta al pesce palla. Perchè nell’agosto di due anni il Centro interuniversitario di biologia marina ha studiato un altro pesce pescato nei nostri mari, lo “Sphoeroides Pachygaster”. «Il biologo che si occupò dello studio, il dottor Alessandro Ligas - sottolinea Sartor - rilevò come questa specie, originaria dell’Atlantico, si sia a poco a poco adattata all’ambiente marino del nostro territorio, dando vita a delle colonie che qui vivono e si riproducono. Lo dimostra il fatto che diversi avvistamenti sono stati registrati in Sicilia, in Puglia e davanti a Piombino». Il pesce venne pescato da una rete a strascico a circa 100 metri di profondità. Quanto agli squali, assicurano i ricercatori del Cibm, nessuna paura: quelli che solcano i nostri mari, come il “volpe”, non sono pericolosi per l’uomo.
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