Il Tirreno

Livorno

Ecco la sequenza del pestaggio dei carabinieri

Minuto per minuto la descrizione del video ripreso con un telefonino dell'aggressione in piazza Attias

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Sono frasi e immagini precise, anche se non nitide, quelle che si ripetono nei 21 secondi di follia ripresi dal telefonino di una persona che assiste e filma la scena dell’aggressione di venerdì notte nel centro di Livorno, quasi fosse uno spettacolo: il branco che si accanisce su un carabiniere ormai a terra, senza nessuna possibilità di difendersi, solo coprirsi dai colpi e sperare che finisca presto.

Dietro a chi picchia - almeno dieci - un tifo da arena: «Mettitela in c... la pistola», si sente urlare più di una volta. Il film trova la sua scena culmine quando si materializza alle spalle del secondo carabiniere, quello col manganello in mano, il primo dei ragazzi che lo spingerà a terra, da dietro. Vent’anni, non di più. Ha un cappello di lana, nero. Lo butta giù e scatena gli altri, perché la preda ormai è inerme e indifesa: il resto sono calci, soprattutto, e pugni. C’è chi arriva, colpisce e scappa, giusto per guadagnarsi una medaglia, e raccontare un «c’ero anch’io», timbrare una sorta di cartellino virtuale che servirà come credenziale in un prossimo futuro.

Il più determinato ha il giubbotto nero e una maglia a righe orizzontali, bianche e nere, è quello che verosimilmente fa più male al carabinierino anche perché si porta appresso due spalle come un armadio: uno, due, tre calci, sferrati con tutta la rabbia possibile. Praticamente un massacro. In una delle prime immagini si vede addirittura un cane che si avvicina e abbaia.

Il video è già sul tavolo del procuratore della Repubblica, Antonio Giaconi. Non sappiamo come ci sia arrivato, perché il testimone ha chiesto l’anonimato, non ha altro da aggiungere a quello che il video può documentare, la freddezza, certo, i brividi anche, ma forse molto poco dal punto di vista investigativo perché i volti non sono riconoscibili.

«E’ agghiacciante», si limita a dire il magistrato. Ventuno secondi che servono a rivedere quello che è successo, uno spezzone che completa il documentario della notte tra venerdì e sabato, nella civile Livorno. Quello che succede prima è ormai cosa nota: c’è un furgone dei vigili del fuoco che deve passare dalla centralissima piazza Attias, una pattuglia con tre carabinieri che interviene per far rimuovere le auto parcheggiate in mezzo alla strada. La situazione sfugge di mano quando dal branco parte una bottiglia in vetro che manda in frantumi il vetro posteriore della macchina dei carabinieri.

E’ a questo punto che si scatena l’inferno. Il capo pattuglia, un maresciallo, spaventato e forse con l’intento di spaventare, esce con la pistola impugnata nella mano destra. Non spara nessun colpo, neppure in aria, ma quando vede che non riesce a spaventare nessuno si allontana. E’ qui che inizia il filmato amatoriale, quando sulla scena compare un altro militare. Lui ha un manganello. E’ uscito dalla macchina dove si è lasciato dietro i vetri rotti e il berretto. L’obiettivo lo riprende mentre cammina al centro della strada, dal bar-ritrovo a un’edicola che fa da spartitraffico con via Roma. Cammina, non corre. Si dirige verso qualcuno, ma non è una carica solitaria.

Pochi istanti, fino a quando qualcuno da dietro non lo spinge a terra. Cade vicino a una di quelle auto che dovevano essere spostate per far passare i vigili del fuoco. «Mettitela in culo la pistola», e anche se non era lui quello poco importa, indossa comunque la stessa divisa. Cade, ed è quello che non doveva permettersi di fare: si vede un ragazzo con una maglia chiara e non si capisce se cerchi di aiutarlo, ma ci mette pochi istanti prima di sparire dall’inquadratura. Poi spuntano le gambe tese di uno che vola sul militare. Poi gli altri fino ad arrivare almeno a dieci persone.

L’inquadratura è sempre più incerta, il telefonino si muove e quello che accade intorno è una folla vociante. Si vede una persona incappucciata, un altro con i pantaloni chiari, un altro ancora con il giubbotto in pelle. E’ un accanirsi ripetuto. Da fuori dell’arena le grida di incitamento, «dagliele forti al caramba», si mescolano al suono di un clacson. Poi è un continuo chiamarsi l’uno con l’altro. Gigi, è il nome che si sente gridare più di una volta. E ancora, rivolti al carabiniere: «Merda, merda». I secondi trascorrono lenti come in un film che in una scena deve ripercorrere la trama. Fino alla fine, quando questa volta le urla sono femminili: «Vieni via», «andiamo».

In lontananza le sirene di altre pattuglie che si avvicinano, ma il film è completato. Il set della paura si svuota, quello che doveva accadere ormai è consumato. Si avvicinano due ragazzi, due tra i tanti spettatori che guardano quello che è rimasto in terra. Feriti, bottiglie, biglie, dicono gli inquirenti, prova che sarebbe stato un attacco premeditato. Una di quelle serate tanto attese e che prima o poi dovevano materializzarsi. Cinque identificati, dice il bollettino degli inquirenti. La reazione sarà esemplare, spiegano i magistrati. O meglio: avrà risposte molto rapide e significative da parte dell’autorità giudiziaria, come ha spiegato il magistrato stesso. Ma l’indagine è ancora ferma nel pantano delle immagini poco chiare. Sia per quello che riguarda il video che abbiamo raccontato, sia per le telecamere fisse sulla piazza.

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